Primo maggio di protesta a Ragusa: “La crisi la devono pagare i ricchi”

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Si è svolto stamane a Ragusa, in Piazza S. Giovanni, il Primo Maggio di Protesta organizzato quest’anno da Gruppo anarchico, Confederazione Unitaria di Base (CUB) e Comitato di base NO MUOS. Sotto lo striscione “La crisi la devono pagare i ricchi”, Pippo Gurrieri ha parlato per quasi un’ora ad un pubblico eterogeneo, ma composto in prevalenza da giovani.

Tra i temi principali affrontati, quello dello spirito internazionalista e solidale, che oggi ci dovrebbe portare a vivere la nostra dimensione individuale come facente parte di un tutt’uno, per cui, come il primo maggio delle origini c’insegna, “un torno fatto a uno è un torto fatto a tutti”. Noi dobbiamo comprendere quindi che quello che avviene in qualsiasi parte del mondo ci riguarda, sia come torto fatto ad esseri umani che all’ambiente.


Questo lo dimostra anche l’esplosione della pandemia, che accorcia le distanze nel pianeta e nello stesso tempo ci dice che il sistema capitalistico è incompatibile con la vita sulla terra, ed è il vero nemico dell’umanità.L’oratore ha quindi spiegato cosa vuol dire far pagare la crisi ai ricchi: durante il 2020 oltre 900 manager italiani hanno avuto incrementi di stipendi e bonus anche del 70%; personaggi che percepiscono cifre come 6/7milioni di euro l’anno. E mentre i ricchi sono sempre più ricchi, e si preparano, grazie al governo amico di Draghi, a far man bassa dei fondi europei del PNRR, per tutta la popolazione messa in ginocchio dalla crisi, rimangono le poche centinaia di euro dei ristori, o del reddito di cittadinanza o della cassa integrazione. Occorre una patrimoniale applicata in maniera progressiva, che faccia pagare la crisi a chi ne ha approfittato per diventare più ricco e potente, e che non  ha mai pagato.


Il comizio ha sviluppato tanti altri temi: come il PNRR sia composto prevalentemente da debiti da restituire e costerà lacrime e sangue alla popolazione; come il Sud vede scipparsi altri miliardi, dopo che negli ultimi 20 ne ha visti drenare oltre 800 verso il Nord Italia; come sia necessario tornare a riempire le piazze per protestare contro scelte che vanno nella direzione di abbattere i diritti dei subalterni e rafforzare il grande capitale, con ancora ingenti risorse (anche del PNRR) per rafforzare gli apparati militari e di sicurezza; come la Sicilia abbia bisogno di sganciarsi dalle ipoteche militariste che la condizionano da 70 anni, e di servizi efficienti, acqua per le campagne, lavoro pulito, del diritto dei giovani costretti ad emigrare a poter scegliere di vivere nella loro terra.


Uno spazio è stato dedicato ai migranti che vivono condizioni da Medioevo nelle nostre campagne, costretti alla clandestinità dai decreti sicurezza, spesso investiti mortalmente nelle strade, com’è accaduto alcuni giorni fa, e soggetti ad atteggiamenti razzistici.

Il comizio si è concluso con un appello: “L’unica zona rossa cui ci rifacciamo e che vogliamo ritorni, è quella del 1920, quando i braccianti e contadini di questo territorio – la zona rossa degli iblei –  misero paura agli agrari e ai borghesi con le loro battaglie e rivendicazioni. Oggi continua ad essere questa la strada da percorrere, perché nulla viene concesso, ma tutto si conquista”.


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