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LA REPUBBLICA RICORDA GITTA SERENY
20 Ott 2012 11:35
Si è spenta, a Giugno di quest’anno, una delle più grandi scrittrici e giornalista del nostro tempo.
Seppur sono trascorsi più di tre mesi, al ricorrere dell’anniversario della scomparsa LaRepubblica provvede a rincarare il ricordo della giornalista ungherese che scriveva da Londra.
Classe 1921, la viennese d’origine, Gitta Sereny ha pubblicato una serie di inchieste sui crimini commessi dai nazisti. In particolare, il suo lavoro ha riguardato le atrocità che hanno avuto per protagonisti i bambini. Ha pubblicato numerosi libri, ciascuno rivolto ad una diversa inchiesta, arrivando ad incontrare personalmente gli autori dei crimini, intervistarli, interrogarli, per svelare le motivazioni più profonde e recondite dei loro atti.
Dalla presentazione offerta dallo scritto di Tzvetan Todorov, sembra una donna, una giornalista più che interessante. Non solo ci offre interessanti inchieste sulle atrocità che l’uomo è capace di compiere ma, soprattutto, ci porta a fare una riflessione fondamentale sull’umanità, in un’accezione quasi filosofica.
Ci costringe a porci una serie di domande di fondamentale ed imprescindibile portata: come ha potuto un individuo normale commettere un crimine del genere? Ma, a mio avviso, il contributo più importante che la scrittrice-giornalista ci concede consta nella presa di coscienza che non bisogna soffermarsi sull’apparenza delle cose, per quanto atroci e incomprensibili esse siano. È, piuttosto, necessario, sviscerare le motivazioni, le esperienze passate. Come scrive Todorov, si deve “ricostruire il racconto di vita del loro autore, la serie di interazioni con altre persone, con le circostanze in cui si è trovato catapultato: la sua identità coincide, semplicemente, con la sua storia. Chi vuole impedire che i crimini si ripetano deve cercare di comprenderli.
Per giudicare e condannare gli individui, l’empatia non è indispensabile, anzi può essere d’intralcio. Tuttavia, non possiamo farne a meno se lo scopo della nostra ricerca è comprendere le ragioni oscure dei nostri atti, per quanto odiosi possano apparire.
Una vita spesa al servizio del raccontare, dell’indagine finalizzata alla conoscenza ed alla denuncia. Ad affrontare demoni pubblici e privati nel tentativo di ricostruire storie, restituire identità e, sebbene con difficoltà, certezze che, il più delle volte, risulta affannoso affrontare.
Mi pare, quindi, doveroso ricordare quest’eccezionale donna del novecento, spentasi all’età di 91 anni, che ci ha regalato un insegnamento imperativo e vincolante. Rivolto a noi tutti, e non solo ai professionisti dell’informazione.
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