ISLAM CENTRASIATICO, LUOGHI COMUNI E REALTÀ STORICA

 La percezione dell’Islam al di fuori dei ristretti ambiti specialistici è sempre quella di un fenomeno religioso presentato e trattato – usando le parole dello storico Franco Cardini – come una realtà omogenea e totalizzante, che lo circoscrive e lo relega al mero arabismo, se non addirittura alla stregua di fenomeno etno-religioso marginale, distintivo di una cultura del deserto.

Contestualizzando la diffusione dell’Islam in Asia Centrale, per converso, ci si accorge di avere a che fare con un Islam sui generis, a metà strada fra sciamanesimo e sufismo.

Parlando di fenomenologia storica dell’Islam, schematizzando, si è soliti operare una tripartizione fra Islam arabo, persiano e turco. Il primo è quello che procede dal tempo della prima rivelazione coranica in cui visse Muhammad (610–632), procedendo oltre i quattro califfi ortodossi fino alla fine del Califfato Ommayade (661–750). Il secondo quello che alcuni studiosi definiscono il periodo della reazione iranica alla conquista araba, iniziata con i neo-convertiti non arabi o mawālī (perlopiù persiani) che formeranno l’ambiente nel quale si svilupperanno la šī’a e l’ismailismo[1] ed il fiorire della letteratura mistica soprattutto in Iran, corrispondente grosso modo alla fase storica del Califfato Abbaside (750–1258).

E questo periodo storico, è anche quello del cosiddetto Rinascimento Islamico centrasiatico, un’epoca caratterizzata dall’affermazione degli studi umanistici e della filosofia, scaturita grazie all’innesto cultura turca proveniente dall’Asia centro-settentrionale[2]. Una sintesi di tutte le civiltà e le religioni conosciute fino allora, che sono in ordine: sciamanesimo, buddhismo, manicheismo, nestorianesimo, ebraismo e Islam.

In seguito, vi è la fase dell’Islam “turco occidentale” e dell’omonimo Califfato o dell’Islam politico-istituzionale ed espansionistico, che procede dal XVI secolo fino al 1923, anno della sua destituzione ad opera di Mustafa Kemal Atatürk.

I turchi, in un primo momento furono strenui avversari dell’Islam, ma in seguito, soprattutto in epoca abbaside, ne divennero i mercenari, tanto da guadagnarsi l’epiteto di “spada dell’Islam”. Tuttavia una delle maggiori vie di diffusione di questa religione presso i turchi non fu quella legata al fenomeno bellico, bensì l’altra, connessa al suo aspetto esoterico, ovvero il sufismo.

Ahmed Yassavi, Yasawî o Yesevi – a seconda della grafia e della pronuncia kazaka, persiana o turco-anatolica – è uno dei rappresentanti di questa corrente iniziatica dell’Islam.

Definito “Maestro, guida spirituale del Turkestan”, sinonimo di Asia Centrale, l’importanza di Ahmed Yassawi risiede nel fatto di essere stato l’iniziatore ed il promotore del misticismo turco-islamico, primo poeta kazako nonché fondatore della tariqa Yasawiyya. La sua notorietà ed il suo messaggio si diffusero prevalentemente presso le tribù turche nomadi dell’Asia Centrale, ma anche in Occidente, verso la regione del Volga e fino all’Anatolia ed a sud verso il subcontinente indiano. Ahmed Yassawi dedicò tutta la sua vita e la sua autorità spirituale per fa rincontrare ed unire popoli affini ma appartenenti a diversi orientamenti religiosi.

Al di là della sua personalità storica, le narrazioni sulla sua vita leggendaria sono dense di avvenimenti sensazionali dalle cui modalità è possibile ravvisare quelli che Mircea Eliade definisce i “temi mitici” o “complessi magico-religiosi” specifici dello sciamanesimo nord-asiatico[3].

Perciò quella di Ahmed Yassawi è una figura che si pone a metà strada fra lo sciamano ed il mistico islamico. Tesi avvalorata anche dallo studioso turco Fuad Köprülüzâde, il quale evidenzia la particolare importanza posseduta da tali elementi per la storia religiosa dell’intero mondo turco[4].

È evidente che, considerando queste premesse, la dottrina di Yassavi non poteva certo caratterizzarsi per forme di fondamentalismo. Non dimentichiamo che sciamanesimo è anche sinonimo di paganesimo, politeismo e quanto di più antitetico esista rispetto alla coercizione propagandata da una certa ortoprassi religiosa.

La regione centrasiatica, oggi in gran parte occupata dal territorio kazako e non l’Arabia fu, infatti, storicamente la terra d’origine del sufismo turco, il crocevia già allora interetnico e multiculturale che generò il processo di islamizzazione dei turchi, anche di quelli che in seguito si insediarono in Anatolia.

In opposizione a questo tipo di approccio, all’interno dell’Islam, si situa il Salafismo. Termine che si riferisce alla voce araba salaf, “antenato”, e si potrebbe tradurre come “tradizionalismo arabo-islamico”. Un movimento riformista sorto in Egitto verso la metà del XIX secolo che postulava la rivivificazione della religione islamica attraverso il ritorno alle sue fonti. Non scevro di collegamenti con il wahhabismo, altra corrente religiosa anteriore ad esso di circa un secolo e nata come reazione all’autorità costituita dall’Impero Ottomano nei confronti del mondo arabo. Entrambi caratterizzati per le loro vedute – che oggi in occidente definiremmo fondamentaliste – radicalmente iconoclaste, anti-sufi e anti-sciite. In realtà, dietro lo scenario della propaganda salafita categoricamente incentrata sull’ortoprassi, il conflitto è etnocentrico e contrappone gli arabi, il popolo della rivelazione coranica, alle altre due grandi compagini etniche del mondo islamico: i persiani, oggi sciiti, ma storicamente artefici dell’elaborazione culturale, letteraria ed anche mistica del pensiero islamico. Ed i turchi, simili a questi ma maggiormente orientati verso l’aspetto politico-amministrativo – anche eterodosso – della storia delle istituzioni di questa parte del mondo.

Dal punto di vista delle influenze teologiche, sia l’Islam turco sia quello persiano procedono oltre la jahiliyya, letteralmente l’ignoranza religiosa. Termine arabo che designa il periodo precedente alla missione profetica di Maometto.

La turcità, così come l’iranismo, precedono, infatti, l’islam di secoli se non addirittura millenni, forgiando la loro realtà religiosa su tradizioni pre-esistenti.

Wahhabiti, salafiti e tutti i loro attuali epigoni come qaidisti o talebani, stigmatizzano come eretiche tutte le innovazioni post-mohammediane – dette bid’a – appartenenti al mondo turco-persiano-centrasiatico, tacciandole di shirk o politeismo e kufr, miscredenza.

In realtà, si potrebbe dire che essi, avversando l’evoluzione storica dell’Islam, inficiano lo spirito tradizionale di solidarietà verso una umma, la Comunità dei fedeli, in altre parole la comunità dei musulmani, vincolandola a una contestualizzazione etnico-linguistica e culturale. Infatti, nonostante l’Islam sia una religione universale, i salafiti la vorrebbero etnicizzare, rendendola una religione arabo-centrica e arabofona, considerandosi una sorta di popolo “eletto da Dio”. Nostalgici di un’età dell’oro appartenuta ai cosiddetti Khulafa alRashidun, i primi quattro “retti califfi” dopo Maometto e dell’Emirato Omayyade, disprezzano perfino gli Abbasidi considerati non rappresentativi, in quanto non arabi, iranici e altro. In realtà, benché il nazionalismo arabo sia posteriore, wahhabismo e salafismo potrebbero essere definiti come un innesto di nazionalismo di stampo massonico in seno all’Islam.   

Sta di fatto che nella Penisola Araba wahhabizzata, fra il 1916 e il 18, non senza atteggiamenti in odore di apostasia, una Rivolta Araba cappeggiata dallo Sharif al-Husayn ibn Alī, impaziente di autoproclamarsi califfo, rinnega la legittimità, per quanto formale, del Califfato Ottomano retto da Abdul Hamid II, assecondando – ieri come oggi – gli interessi di Londra, che cercava di sfruttare il malcontento arabo nei confronti del nemico di allora rappresentato dagli Ottomani. Sintomatica e non fortuita, a tal proposito, la collusione con la figura del colonello inglese Thomas Edward Lawrence (1888-1935).

I salafiti, in tutto il mondo, stanno conducendo una lotta armata contro gli infedeli ma altresì contro quelli che essi considerano musulmani apostati o “murtadd”. Del resto negli ultimi anni gli investimenti dei Paesi arabi con conseguente wahhabizzazione delle nuove generazioni stanno monopolizzando gli scenari regionali.

Lo scopo è evidente. Altro non è che una strategia di scardinamento dell’influenza secolare di un Islam turco-persiano, onde fra l’altro scongiurare il neo-ottomanesimo, al fine di consolidare la testa di ponte per la penetrazione di tali concetti in Asia Centrale e oltre.    

 

 

 

 

 


[1] Pio Filippani Ronconi, Ismaeliti ed Assassini, Milano 1973, p.22.

[2] Historical Development of Kazakh Culture, Muslim Reanissance and Turkic Culture, 2004 http://www.ara-cahcrc.com/CAHCRC/madeniettanu04.pdfe.

[3] Mircea Eliade, Lo Sciamanesimo e le tecniche dell’estasi, Roma 1983, p.428.

[4] Fuad Köprülüzâde, Influence du Chamanisme Turco-Mongol sur les ordres mystiques musulmans, Istanbul 1920, pp. 5-6.

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