INTERVISTA AL PRESIDENTE DELLA SEZIONE RAGUSANA COMBATTENTI E REDUCI

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Memoria lucida ed emozionata, esattezza storica che si mischia ai ricordi personali di un vissuto difficile da dimenticare: tutto questo è il professore Salvatore Diquattro, Presidente provinciale dell’Associazione Nazionale Combattenti e Reduci che ieri è stato ospite d’eccezione durante la presentazione del libro “Quel treno per la Polonia” scritto dalla prof. Marinella Tumino.

La sua storia – prigioniero di guerra durante la seconda guerra mondiale e deportato nei campi di concentramento prima in Polonia e successivamente in Germania nel lager di Sandbostel – oltre ad essere stata una testimonianza preziosa per la serata di ieri, ha rinnovato in tutti i presenti in sala l’orrore verso una delle pagine più scandalose della storia moderna.

«L’8 settembre del 1943  mi trovavo in Grecia, tra Pratasso e Corinto – ci racconta – ed ero al comando della Compagnia comando di Kalamata; eravamo lì per stanare i partigiani greci, poi arrivarono i tedeschi e ci dissero che se gli avessimo consegnato le armi ci avrebbero portati in Italia. Nel mentre era stata istituita la Repubblica sociale a cui subito rifiutai di aderire, e come me tanti altri; ci caricarono in carri bestiame ma non arrivammo mai in Italia».

«I viaggi erano lunghi ed estenuanti – continua – dentro di noi sapevamo che non ci stavano riportando a casa ma cercavamo lo stesso di non farci annientare dallo sconforto; ci abbracciavamo per avere meno freddo e facevamo a turno per sgranchirci le gambe».

Furono portati prima in Prussia orientale dove vennero rinchiusi in una sorta di capannone che non era un vero e proprio lager; dopo vennero trasferiti in Polonia ed infine in Germania a Sandbostel nel 1944.

Sandbostel era stato concepito come campo per smistare i prigionieri di guerra nel 1940. All’inizio gli internati furono soprattutto francesi e belgi, poi furono i russi a costituirne la maggioranza relativa. La popolazione del campo improvvisamente raddoppiò al censimento dell’ottobre 1943 quando arrivano i prigionieri italiani: quasi 40.000 soldati catturati dai tedeschi all’indomani dell’otto settembre, fra i quali Giovanni Guareschi, l’autore della saga di Don Camillo e Peppone.

«Inutile dire quanto fosse disumana la vita lì dentro, dall’alimentazione alle condizioni igieniche: ricordo in particolare la totale assenza del “sale”, si, proprio del sale; non mi ero mai reso conto di quanto fosse importante; un giorno ne arrivarono alcune confezioni, ne mangiammo subito un cucchiaio a testa ma sembrava che non fosse mai abbastanza».

Poi arrivò la liberazione, il ritorno a casa, il viaggio in Italia: questa volta era vero, era bello, era la fine di incubo da cui si ritorna increduli e segnati in modo indelebile.

Questo è il vero senso della memoria, quello del ricordare con rinnovata consapevolezza per poterla trasformare in impegno e resistenza attiva: è dovere di ognuno di noi combattere il rischio che si possano anche solo lontanamente ripetere eventi scandalosi come quelli messi in moto e portati purtroppo a termine dal nazismo e dal fascismo.

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