In Sicilia la prima gravidanza da trapianto d’utero. Parla il dott. Giuseppe Scibilia dell’Asp di Ragusa, componente dell’equipe


Il dottor Giuseppe Scibilia, ginecologo e direttore dell’Unità Operativa Complessa di Ostetricia e Ginecologia dell’ASP di Ragusa, è stato un componente dell’equipe multidisciplinare che, nell’agosto 2020, ha effettuato il primo trapianto d’utero in Italia. L’intervento, realizzato secondo le linee guida di un protocollo sperimentale autorizzato due anni prima dall’Istituto Nazionale Trapianti (INT), ha rappresentato il primo step di un percorso che, il mese scorso, all’ospedale “Cannizzaro” di Catania, ha fatto segnare un altro record: cioè la prima gravidanza portata a termine con successo in Italia, e la sesta nel mondo, dopo un trapianto d’utero da donatrice non vivente.


La madre della piccola Alessandra, oggi 31enne, è affetta dalla sindrome congenita di Mayer-Rokitanski-Kuser-Hauser, comunemente nota come sindrome di Rokitanski, che determina, per i soggetti colpiti, una infertilità assoluta da fattore uterino. Il trapianto temporaneo finalizzato alla procreazione ha come obiettivo l’ottenimento di una gravidanza (due al massimo), ma le donne candidabili a questa procedura (solitamente comprese fra 18 e 40 anni) devono possedere anche i requisiti legali e psicologici per la procreazione assistita. “L’artefice del protocollo – spiega Scibilia – è stato il prof. Paolo Scollo, direttore del dipartimento materno-infantile del “Cannizzaro”.

Era presidente della Società italiana di Ostetricia e Ginecologia (SIGO), quando, a seguito di importanti interlocuzioni col Ministero della Salute, l’Istituto Superiore di Sanità, il centro nazionale trapianti e il gruppo svedese che aveva sperimentato la prima gravidanza da trapianto d’utero, ha colto la possibilità di importare la tecnica in Italia. La sua esperienza di anatomia chirurgica lo convinse di poter rimuovere l’utero in maniera adeguata, con tutti gli apparati legamentosi e vascolari, per poterlo poi trapiantare. L’assetto organizzativo del dipartimento materno-infantile da lui diretto e la presenza di un centro trapianti nella città, lo spinsero a credere che il progetto poteva essere realizzato”.


Vista la fattibilità dell’operazione, spiega Scibilia, “nasce la collaborazione col Policlinico di Catania, e il Centro trapianti diretto dal prof. Pierfrancesco Veroux che, assieme al fratello Massimiliano, accettò con entusiasmo di partecipare a questo progetto”. Per giungere al risultato finale, era necessaria la creazione di un protocollo sperimentale che tenesse insieme le esigenze mediche, legali e organizzative. “Ci sono voluti circa due anni – dice Scibilia – per stilare il protocollo. Una volta autorizzato dall’istituto nazionale trapianti dopo numerosi perfezionamenti e valutazioni di natura tecnica, organizzativa, scientifica ed etica, iniziò il reclutamento”. Tante donne, percependo una possibilità più unica che rara, hanno chiesto di essere ammesse alla procedura. “Ma sono tanti i criteri d’inclusione di cui tener conto: dalla fascia d’età alle caratteristiche fisiche, passando per l’approccio psicologico del ricevente – dice Scibilia -. Dopo aver individuato e selezionato la candidata, essa va ulteriormente indagata da punto di vista trapiantologico, soprattutto in relazione alle caratteristiche di istocompatibilità col donatore”.

Scibilia ricorda perfettamente la sera del 20 agosto 2020, quando assieme al prof. Paolo Scollo e al prof. Pierfrancesco Veroux e al fratello Massimiliano, si imbarcò su un aereo della Protezione Civile, destinazione Firenze, per eseguire il primo trapianto d’utero da donatore deceduto (l’80% dei pochi trapianti al mondo avviene, per altro, da donatore vivo). La lunga preparazione di quel momento era servita ad affinare gli ingranaggi dell’intera equipe: “Massimiliano e Pierfrancesco Veroux si occuparono della preparazione vascolare dell’organo per l’espianto, introducendo le sostanze necessarie a creare un sistema di mantenimento dell’utero, in modo che potesse resistere senza vascolarizzazione; il prof. Scollo ed io ci siamo occupati della preparazione e dell’espianto dell’organo dalla pelvi con tutte le connessioni vascolari e legamentose”. L’organo opportunamente conservato in ambiente idoneo, è poi stato trasportato al Policlinico di Catania, dove un’altra equipe, nel frattempo, aveva preparato la ricevente al trapianto, che sarebbe avvenuto nelle ore immediatamente successive. “E così, all’alba del 22 agosto 2020, il primo grande passo fu compiuto: avevamo effettuato il primo trapianto di utero in Italia”.
Prima di tentare la gravidanza “possono passare dai 6 agli 8 mesi – spiega Scibilia -. In questo arco di tempo non ci devono essere complicanze e tutto deve andare bene. La donna, dopo aver provato l’emozione del primo ciclo mestruale, viene costantemente monitorata. Ovviamente, condizione necessaria affinché si giunga alla gravidanza è aver sottoposto la ricevente a un prelievo ovocitario, che gli ovociti siano stati congelati e che una volta scongelati riescano a dare un embrione vitale. La mamma di Alessandra è rimasta incinta al secondo tentativo”.

“Ci vuole una forte motivazione e un’elevata capacità di resistenza psicologica da parte della ricevente – aggiunge il primario di Ginecologia e Ostetricia dell’ASP di Ragusa -, ma anche una grande consapevolezza degli operatori sanitari. Quello dell’utero non è un normale trapianto d’organo, ma un intervento che dà un senso alla vita di qualcun altro, che consente di generare un’altra vita. Per la sua complessità e unicità, sul piano personale, concretizza un percorso che sarebbe stato impossibile senza aver messo a punto le esperienze precedenti – dice Scibilia -. E’ una delle massime espressioni della motivazione e della multidisciplinarietà; di un lavoro di squadra, in cui tutti devono svolgere al meglio la propria parte per raggiungere l’obiettivo. Quando iniziai il mio percorso di formazione in ginecologia ed ostetricia (come, immagino, tutti coloro che hanno vissuto questa impresa), non avrei mai pensato di arrivare a fare parte di quel sistema, ma sono grato di aver condiviso questo traguardo con colleghi e professionisti eccezionali ed in particolare con il prof. Paolo Scollo, al quale mi lega tutto il mio percorso professionale”.
“Lo scorso gennaio – conclude Scibilia – è stato eseguito il secondo trapianto. Speriamo di poter sempre più rispondere in modo significativo alle richieste di diventare madre di quella parte della popolazione femminile che per fattori congeniti o acquisiti, si vede preclusa questa possibilità”.

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