Il defecatore a cielo aperto di Vittoria è un vero ambientalista 

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All’inizio del secolo che stiamo vivendo, un articolo del The Wall Street Journal ipotizzava il tracollo dell’industria cartiera mondiale nel caso in cui centinaia di milioni di abitanti nelle zone rurali della Cina avessero scoperto un prodotto chiamato carta igienica. Con il passare degli anni, gli utilissimi rotoli – parafrasando una nota pubblicità televisiva – non finiscono mai, anche per la fortuna di quelle popolazioni che fino a poco tempo fa ne erano sprovviste. Un articolo comparso più di due anni fa su mongabay.com descriveva l’impatto ambientale poco innocente che si cela dietro la produzione del triplo velo. Ironizzando, ma fino a un certo punto, questa notizia unisce le foreste canadesi abbattute per produrre carta igienica extralusso a una strada di Vittoria trasformata in latrina a cielo aperto. Mentre si discute dell’impatto ambientale della carta igienica qualcuno, nel frattempo, ha deciso serenamente di risolvere il problema “alla fonte”, direttamente davanti al portone di casa altrui.

Dietro ogni rotolo soffice e profumato si nascondono alberi abbattuti, enormi consumi d’acqua, energia, sostanze chimiche e perfino Pfas, le famigerate “sostanze eterne”. In pratica: per pulirci il sedere stiamo consumando mezzo pianeta.

Nel Nord del mondo si dibatte di bidet intelligenti, fibre di canna da zucchero e carta riciclata ecosostenibile, dalle nostre parti, a volte, la questione viene affrontata da pochi (si spera) con un approccio più radicale, quasi post-moderno: eliminare direttamente il passaggio della toilette.
Secondo la denuncia pubblica, alcuni cittadini sono esasperati da episodi di degrado urbano tra rifiuti, urina e bisogni fisiologici lasciati davanti alle abitazioni. Viene quasi da pensare che il protagonista ignoto della vicenda abbia letto distrattamente gli studi ambientalisti e deciso di dare il proprio contributo alla sostenibilità: pochissima carta – un fazzolettino appena- niente scarico, emissioni zero. Greta Thunberg probabilmente non immaginava questo livello di impegno. D’altronde, l’articolo di Mongabay ricordava che solo il 25-30% della popolazione mondiale usa abitualmente carta igienica. Nel resto del pianeta esistono alternative più semplici: acqua, bidet, spruzzini incorporati nei water e altri sistemi igienici. Il ritorno diretto allo stato brado, senza mediazioni tecnologiche, esiste. Come fanno, per esempio, gli scalatori delle più alte cime del pianeta? Le autorità del Nepal hanno imposto agli scalatori dell’Everest di raccogliere i propri escrementi e riportarli alla base una volta terminata l’escursione. A ogni persona sono assegnati due sacchetti, progettati per usi multipli.

I sacchetti sono dotati di sostanze chimiche che solidificano i rifiuti umani e ne riducono significativamente l’odore.

Tornando all’episodio nostrano, il problema, ovviamente, non è solo il gesto in sé, ma il simbolo di ciò che racconta. Perché il degrado urbano ha sempre qualcosa di profondamente teatrale: i sacchetti abbandonati, i muri sporchi, l’urina agli angoli delle strade. E Vittoria stavolta non c’entra, perché questo accade quasi ovunque. È una forma di linguaggio pubblico, un messaggio che dice: “Questo spazio non appartiene più a nessuno”.

Da una parte le multinazionali della carta investono milioni per convincerci che il futuro è il rotolo ecosostenibile al bambù biologico. Dall’altra, c’è chi sembra aver scelto una soluzione ancora più estrema: abolire direttamente il concetto stesso di bagno pubblico e privato. E forse il vero problema odierno è proprio questo scarto gigantesco tra i grandi dibattiti globali e la realtà quotidiana. Mentre il mondo discute della deforestazione causata dalla carta igienica premium, in certe strade italiane il livello del confronto civile è fermo a “non fatela davanti al cancello”.
Una specie di economia circolare del degrado: il pianeta soffoca per produrre carta igienica, ma poi qualcuno decide comunque di non usarla. Al massimo, basta un fazzolettino.

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