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Facebook vuole spedirci nel Metaverso, meglio riscoprire il mondo reale
04 Nov 2021 10:06
La rubrica dello psicologo, a cura di Cesare Ammendola
“Houston! … qui Ragusa.”
Tu dove abiti? In Sicilia? Ne sei certo? Voi non lo sapete ancora. Ma siamo stati già catapultati quasi tutti nel Metaverso. Anche noi siciliani.
“Meta” sarà anche il nuovo nome di Facebook. Lo stesso Zuckerberg ha definito Meta come il nuovo Internet in versione aumentata, perché è il primo social “in tre dimensioni” che coniuga distinte tecnologie e garantisce la totale immersione in un mondo parallelo, una terza configurazione in cui il mondo on line e off line confluiscono, generando una nuova realtà. Un ambiente parallelo e virtuale in cui si vive e si agisce tramite un’identità digitale.
Tecnicamente il Metaverso è infatti una costellazione di luoghi virtuali creati dai computer. Giardini popolati da avatar (i nostri) nei quali svariate tecnologie concorrono allo scopo di farci fare qualsiasi cosa. Quasi.
Lì (o qui) le persone potranno incontrarsi e interagire, pur non trovandosi fisicamente nello stesso luogo. Potranno “teletrasportarsi” in qualsiasi istante e in qualsiasi angolo per svolgere le attività quotidiane o sperimentare esperienze straordinarie.
Insorgono alcuni interrogativi ineluttabili e non meno che inquietanti. Quali saranno gli effetti del Metaverso sull’utente medio della Sicilia sud orientale? Noi Sicani siamo veramente pronti per questa reincarnazione digitale? Quali saranno le ripercussioni sulla nostra salute mentale?
Siamo gli ignari spettatori della Genesi di una rivoluzione culturale che trasfigurerà la società. Forse.
Rischiamo di distaccarci quasi totalmente dalla realtà? Abitare in una casa virtuale, ologrammando compulsivamente la nostra immagine ideale, rischia di disorientarci. E infine potremmo perdere di vista chi siamo realmente. Ammesso che lo avessimo mai saputo.
C’è chi si è già spinto oltre, portandosi molto avanti nella polemica e ha addirittura definito Meta “un cancro per la democrazia”. Il tema, inutile girarci attorno, è quello cruciale della manipolazione e delle fake news che, come avviene già nei social, non ci aiutano a distinguere cosa è vero e cosa è falso, cosa è reale e cosa non lo è.
La questione socio-antropologica potrebbe diventare dunque anche “clinica”? Meta infatti non è semplicemente un videogame o una riproposizione in salsa Zuch di Matrix. Aspira invece a tessere una nuova dimensione psicologica e relazionale. L’altro risvolto (o interfaccia) della realtà quotidiana. Dovremmo capire questa prospettiva ad un alto livello di consapevolezza. Altrimenti rischiamo di essere impreparati e fragili come dinanzi ad un virus per il quale non esiste vaccino. Se non il buon senso. Non disgiunto dall’esame di realtà e da un non psichedelico ancoraggio al pianeta Terra (e ai rapporti umani che esso prevede da tempo immemorabile).
Il rischio è di essere travolti e risucchiati da una pandemia digitale epocale con l’incoscienza di chi non saprà più riconoscersi allo specchio. Anzi, di chi non saprà distinguere più lo specchio dal soggiorno di casa. In una forma di alienazione reale all’interno di un’alienazione virtuale. Un’iper alienazione a più livelli e upgrade, insomma. Tutto lavoro in più per psicoterapeuti sia reali che virtuali. E anzi, approfitto senza ritegno di questa rubrica per comunicarvi che ho già scelto il mio avatar (per il mio Meta studio).
Io non sono oscurantista e non demonizzo a priori. Tutt’altro. E tuttavia la cosa sembra assumere le sembianze di una fuga da quella realtà che non ci piace. Forse dovremmo invece provare a cambiare le nostre vite reali, magari scrivendo con parole nuove le nostre biografie. Le nostre relazioni. E l’unico sentiero percorribile è quello della mente. Delle idee. Dei sentimenti. Che si traducono in gesti concreti. Qui è ora. Nella ruvida e maleodorante location (talora) nella quale siamo pur ospiti da millenni.
Le iniziative concrete e le azioni evolutive di quell’antica intraprendenza dei nonni, l’immaginazione di molteplici hobby creativi, la buona lettura di un buon libro dalle pagine odorose di carta colorata, la conversazione fitta e appassionata davanti ad un buon tè in carne e ossa, vaniglia e biscotti al burro (così caloricamente reali), una camminata salutare in gruppo ai confini della campagna più sperduta, tra lumache non cibernetiche e asparagi non olografici, nel più autentico sudore e nel fiatone di un atavico affanno tachicardico e un po’ vintage, arcaico come i pop corn davanti al maxischermo di un cinema al chiuso.
Sì. Riscoprire il reale. Potrebbe valerne la pena.
Che senso avrebbe scappare in un nuovo pianeta fittizio dopo aver rovinato il pianeta che ci ha dato alla vita? Che senso ha avventurarsi in una strada di luce olografica dopo aver perso la via dei nostri pensieri? E se poi riproponessimo i nostri errori e i nostri copioni da “sfigati dell’esistere” anche dentro Meta? Sarebbe una nemesi insostenibile. E ironica. Tanto vale tentare una crescita, un passo nel sorriso, una variazione nello spartito di questa nostra vita reale. O no?
Scherzi a parte. Sulla scia del progresso, potremmo cogliere questa nuova opportunità per creare qualcosa di utile e sano. Basterebbe un minimo di intelligenza digitale, di educazione e di attenzione (contro esagerazioni e superficialità). Basterebbe.
Insomma, non abbiamo alcuna speranza. Da nessuna parte. Tranne forse nel cuore di questo vecchio mondo. Accanto a noi stessi.
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