DOMANI E’ UN ALTRO GIORNO

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E’ il detto rimasto famoso della candida Rossella quando risaliva lentamente le scale della sua residenza principesca in quello altrettanto film famoso girato nel 1939 che negli anni hanno visto milioni di spettatori. E’ come voler dire che conclusasi o posto termine, nel nostro caso, ad una fase della vita politica se ne deve dar vita ad un’altra che è tutt’altra cosa rispetto alla precedente.

Si incomincia a discutere dell’abolizione di un ramo del Parlamento, nella specie il Senato, procedendo a mezzo di un rito di riforma costituzionale richiedente almeno un anno di tempo e sempre che si riesca a definire il nuovo assetto in sostituzione dell’attuale. Tale modifica  dovrebbe eliminare gli attuali componenti con voto degli stessi e al loro posto dovrebbero subentrare non meno di 120 sindaci oltre ai presidenti delle venti regioni italiani e, in atto, non è dato conoscere quali altri soggetti politici dovrebbero aggiungersi a quelli indicati. L’unica cosa certa è che i nuovi componenti non dovranno percepire emolumento alcuno per la carica rivestita e tale risparmio di denaro pubblico ammonterebbe ad un miliardo di euro. Appare scontato che i dipendenti pubblici in atto in servizio  non dovrebbero subire ritocco d’organico. Ma ai nuovi componenti dovrebbe essere corrisposta la spesa occorrente per i trasferimenti dalle loro sedi a quella romana. Come pure dovrebbero essere dispensati dalle spese di soggiorno, non essendo possibile gravare di queste spese essenziali i sindaci e i presidenti di regioni per l’indennità che percepiscono per la funzione svolta nei rispettivi comuni e nelle regioni. Sembra anche evidente porre in rilievo che un certo disagio amministrativo lo subiscono pure gli enti di provenienza, stante che  le giornate d’impegno a Roma sono da sottrarre a quelle di cui avrebbero potuto fruire gli organismi di provenienza.

La modifica del bicameralismo, per se stessa considerata, appare opportuna per sveltire l’iter legislativo finalizzato all’approvazione delle leggi. Su questo punto non pare che ci possono essere dubbi. Una sola camera fa risparmiare del tempo prezioso ad una società come quell’ attuale guidata in buona parte dall’internet e dalla celerità con cui le notizie viaggiano da un capo all’altro del mondo nell’arco di pochi istanti.

Il mondo dei Padri costituenti non conosceva i trasferimenti a mezzo di autostrade di lunga percorrenza e la gente si spostava con i treni alimentati con il carbone.

Un cambiamento del tutto diverso potrebbe essere dato non solo dalla tanto decantata diminuzione del numero dei parlamentari che tanta procurata piacevolezza una politica esperta nella comunicazione riversa da tempo sulla gente, quanto piuttosto nel ripartire le competenze legislative alle due camere. Si potrebbero,cioè, assegnare funzioni legislative diverse assegnando a ciascuna di esse una precisa tipologia su cui discutere e votare senza l’obbligo del passaggio, come in atto è prescritto, della proposta di legge da una camera all’altra. In tal modo nello stesso arco temporale potrebbero essere discusse, esaminate o approvate o respinte due  proposte di leggi.

L’ipotesi partitica che in atto ci viene proposta non può essere portata a termine da questo governo che a stento è tenuto in piedi e che rischia non di poter mangiare il panettone ma addirittura aprire l’uovo pasquale perché di sorpresa non troverà niente. Non intende, come dice il suo capo, continuare a galleggiare anche se bisogna riconoscere per onestà intellettuale che non è rimasto con le mani in mano. Calato per le cause note a tutti in un mare di problemi di natura economica e politica ha fra tante obiettive difficoltà intestarsi una legge di stabilità secondo i parametri attuativi delle prescrizioni europee. Gli è stata concessa una consistente quantità di fiducia tramutatasi in uno spread molto bosso per alcuni mesi e tale pare che possa ancora attestarsi.

L’altra grande ed epocale modifica del Titolo V è ancora più impegnativa della modifica del bicameralismo perfetto.

Ridisegnare le competenze legislative degli organismi pubblici intermedi significa pure predisporre un piano organico di interventi che necessita anche del consenso di quegli stessi enti che dovranno essere modificati o corretti nella loro competenza di intervento nelle realtà locali. E non è chi non veda come cambiamenti di tanto spessore necessitano di incontri, rappresentazioni di parti interessate, esigenze politiche pur esse da rispettare. Al temine di tanto complesso mosaico,occorre che siano rispettati i passaggi parlamentari che pur essi, nella migliore delle ipotesi, richiedono un anno di tempo.

Questo impegnativo programma, nelle more, deve fare i conti con le esigenze quotidiane dei bisogni della gente. Basti pensare che il ricorso alla decretazione governativa a cui in teoria bisognerebbe fare ricorso al verificarsi delle condizioni di necessità e di urgenza allo stato attuale ritarda la sua obbligatoria approvazione nelle due camere. Basti fare un solo esempio. Era stato previsto un prelievo di certo non esiguo al personale scolastico e agli insegnanti. Ci si è accorti in tempo che era una richiesta errata e il governo ha dovuto adottare un decreto per riparare il danno. Ebbene, quel decreto deve esser convertito in legge entro 60 giorni dalla sua emanazione. Questo tempo sta per scadere e non ci vuole proprio molto per prevedere cosa accadrebbe se non approvato nei termini.

Rossella O’Hara era convinta che il giorno successivo sarebbe stato un altro giorno. Oggi si sarebbe sbagliata. Avrebbe dovuto dire, quanto meno, che il giorno successivo sarebbe stato il primo di tanti altri giorni.

 

                                                                                 Politicus

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