L’estate a Malta porta con sé un aumento delle infezioni respiratorie, ma per il momento non ci sono elementi che facciano pensare a una situazione di emergenza sanitaria. A confermarlo sono le autorità sanitarie maltesi, intervenute dopo la crescente diffusione sui social dei racconti di turisti che affermano di essersi ammalati durante o dopo una […]
Ma come fanno alcuni bar iblei a vendere ancora l’espresso a un euro?
20 Ago 2026 08:43
Un euro e venti, qualche volta meno, qualche volta di più. È una delle spese più piccole della giornata, tanto che spesso non ci facciamo neppure caso. Eppure attraverso il prezzo della tazzina possiamo capire molto di quello che è successo al costo della vita negli ultimi cinque anni.
In Italia un espresso al bar costa oggi mediamente 1,29 euro, 25 centesimi in più rispetto al 2021: +24,2 per cento. Bolzano è arrivata a 1,51 euro, mentre all’estremo opposto c’è Messina, dove la media è ancora di 1,06 euro. Sono i dati elaborati dal Centro di formazione e ricerca sui consumi con Assoutenti sulla base delle rilevazioni del ministero delle Imprese e del Made in Italy.
E nel ragusano?
Qui manca un valore medio provinciale altrettanto immediatamente disponibile e verificabile. I listini pubblici che abbiamo consultato restituiscono però una fotografia abbastanza chiara: la tazzina tradizionale si incontra frequentemente attorno a 1,20 euro, con prezzi inferiori (1,10 €) o superiori (fino a 1,50 €) a seconda del locale, della posizione e del tipo di caffè servito.
Cosa c’è davvero dentro 1,10 o 1,20 o 1,50 euro
Quando paghiamo un espresso non stiamo pagando soltanto quei pochi grammi di caffè macinato. Dentro la tazzina ci sono anche lo stipendio del barista, i contributi, l’affitto del locale, la corrente elettrica, l’acqua, frigoriferi e lavastoviglie, la macchina professionale per l’espresso, manutenzione, pulizia, tasse e tutti gli altri costi necessari per tenere aperto un bar. È la stessa Fipe, la Federazione italiana pubblici esercizi, a spiegarlo: nella formazione del prezzo della tazzina la materia prima ha un peso secondario rispetto al servizio e ai costi complessivi dell’attività.
Un concetto che diventa ancora più chiaro guardando una vecchia simulazione Fipe sui costi giornalieri della caffetteria. Su 145 euro complessivi attribuiti alla caffetteria, 32 riguardavano il caffè torrefatto, mentre 86 erano riferiti al lavoro, 10 all’affitto, 8 alle utenze e 9 agli altri costi di gestione. Non sono cifre utilizzabili per descrivere un bar ragusano del 2026, perché quella simulazione risale a molti anni fa, ma la proporzione aiuta a comprendere il meccanismo: il chicco è soltanto uno degli ingredienti economici della tazzina.
Anche l’indirizzo del bar finisce nel caffè
Prendiamo l’affitto. Gli annunci attualmente presenti su Idealista mostrano quanto possa cambiare il costo di un locale commerciale anche all’interno dello stesso territorio. A Marina di Ragusa il portale indica per i locali disponibili una richiesta media di 11,65 euro al metro quadrato al mese. Sul Lungomare Andrea Doria un locale di 100 metri quadrati è proposto a 1.000 euro mensili. Un pub di 58 metri quadrati arriva anch’esso a 1.000 euro: oltre 17 euro al metro quadrato. Questo significa che due bar che vendono lo stesso espresso possono partire da condizioni economiche completamente differenti.
Facciamo un semplice esempio. Un locale di 80 metri quadrati affittato a 8 euro al metro quadrato costa 640 euro al mese. A 11,65 euro, siamo già a 932 euro. Quasi 300 euro di differenza ogni mese e circa 3.500 euro in un anno. E ancora il gestore del bar non ha assunto un dipendente, comprato un chicco di caffè o acceso una macchina.
Il costo più pesante si chiama lavoro
E’ probabilmente questa la voce che più facilmente sfugge quando confrontiamo il prezzo di due espressi. Il bar non vende soltanto caffè: vende soprattutto un servizio. Qualcuno deve aprire il locale al mattino, preparare il banco, servire, pulire, lavare le tazze, gestire la cassa e rimanere dietro il bancone anche nelle ore in cui entrano pochi clienti. Per questo il prezzo della tazzina dipende anche dal numero di caffè venduti.
Un esercizio che serve 500 espressi al giorno può distribuire una parte dei propri costi fissi su molte più consumazioni rispetto a un piccolo bar che ne vende cento. Affitto, personale ed energia continuano infatti a pesare anche quando la macchina dell’espresso lavora poco.
La bolletta
C’è infine l’energia. Una macchina professionale per espresso deve rimanere calda e pronta per molte ore. Ma in un bar ci sono anche frigoriferi, illuminazione, lavastoviglie, climatizzazione, eventuali congelatori e tutte le altre apparecchiature. Non a caso, commentando i rincari del 2026, il presidente del comitato scientifico del Crc, Furio Truzzi, ha indicato proprio l’aumento dei costi energetici e di gestione sostenuti dagli esercenti tra le ragioni che finiscono per trasferirsi sui prezzi al consumatore. E questo aiuta anche a capire perché l’attuale diminuzione delle quotazioni internazionali del caffè non comporti necessariamente una riduzione immediata del prezzo al banco.
Il paradosso dell’espresso
La tazzina ha inoltre una caratteristica particolare: il cliente conosce perfettamente il suo prezzo. Un aumento di dieci centesimi viene percepito immediatamente. Proprio per questo, osserva Fipe, i bar tendono storicamente a intervenire con prudenza sul prezzo dell’espresso. Dieci centesimi sembrano comunque poca cosa. Ma per chi beve due caffè al giorno significano 73 euro in un anno. Tre caffè quotidiani trasformano quei dieci centesimi in quasi 110 euro. E a 1,20 euro a tazzina, un espresso al giorno vale teoricamente 438 euro l’anno. Due diventano 876 euro. Tre, 1.314.
Naturalmente nessuno beve necessariamente tre caffè al bar per 365 giorni consecutivi. Ma il calcolo serve a mostrare come una spesa apparentemente insignificante diventi tutt’altro quando viene ripetuta ogni giorno.
Ma una parte dei caffè non passa più dal bancone
Un notevole cambiamento riguarda direttamente quella vecchia domanda — “quanti caffè batte?” — e che negli ultimi anni è diventato impossibile ignorare: la diffusione delle macchine domestiche a capsule e cialde. Il mercato italiano del caffè porzionato ha trasformato il consumo casalingo. La possibilità di ottenere in pochi secondi un espresso senza moka, con macchine relativamente economiche e una scelta enorme di capsule e cialde, ha portato la logica dell’espresso del bar dentro le cucine e gli uffici. Questo non significa che la capsula abbia sostituito il bar. Il caffè al bancone rimane anche un rito sociale: si incontra qualcuno, si scambiano due parole, si fa una pausa.
Ma oggi il bar compete anche con una macchina che abbiamo sul piano della cucina. Ed è un cambiamento importante soprattutto per i locali che costruivano una parte consistente del proprio volume proprio sulla ripetitività dell’espresso.
Una volta si chiedeva quanti caffè battesse un bar per capire quanto valeva. Forse oggi la domanda interessante è un’altra: quanti ne deve battere per rimanere ancora aperto?
© Riproduzione riservata