Donare organi è un atto di cura per chi resta. Molti iblei non l’hanno ancora capito

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Per gli uffici anagrafici dei Comuni sono giorni di lavoro frenetico. Dal 3 agosto le carte d’identità cartacee non saranno più valide e, pertanto, da alcune settimane tantissimi cittadini sono in fila per riconvertire il principale documento d’identità nel formato elettronico. Tra le carte onnipresenti da compilare c’è anche quella del consenso diretto all’eventualità di donare gli organi. Secondo i dati del Sistema Informativo del Centro Trapianti del ministero della Salute di ieri, 8.552 persone sono in attesa di ricevere un organo per potere continuare a vivere. Quasi 800 persone attendono un cuore – la cui attesa media supera i tre anni -; in 206 aspettano un pancreas quando, addirittura, il tempo medio di attesa è di 6 anni e tre mesi. E poi sono oltre 6.200 i pazienti con i reni compromessi e 3 anni medi di attesa. Capite che per queste migliaia di persone è una corsa alla sopravvivenza contro il tempo che scorre in modo ancora più inesorabile.

Purtroppo, malgrado una crescita della cultura del dono, la Sicilia continua a inseguire il resto d’Italia sul fronte della donazione degli organi. I dati aggiornati confermano infatti che l’Isola resta tra le regioni con il più alto numero di opposizioni espresse al momento del rinnovo della carta d’identità elettronica. In Sicilia i “no” alla donazione sono oggi pari al 45,3%, contro una media nazionale molto più bassa, il 35%. Un dato che continua a pesare sulla possibilità di salvare vite attraverso i trapianti, mentre ogni consenso può fare la differenza tra la vita e la morte.

Il nostro territorio continua a distinguersi per la grande disponibilità alla donazione da vivente – sangue, midollo, plasma, rene tra consanguinei – ma mostra ancora molte resistenze quando si parla di donazione post mortem.
Qualcosa sembra muoversi. I dati più recenti disponibili mostrano che nel Ragusano le opposizioni espresse durante il rinnovo della carta d’identità elettronica non risultano in ulteriore crescita rispetto allo scorso anno. Il trend appare sostanzialmente stabile, con una lieve riduzione dei “no” rispetto ai picchi registrati tra il 2024 e il 2025. Si va dal 66% di “no” dei residenti ad Acate, al 20,8% dei virtuosi chiaramontani.

Non si tratta ancora di una svolta, ma di un segnale importante in un territorio che per anni è rimasto nelle ultime posizioni della classifica nazionale dei consensi. Tuttavia in provincia di Ragusa la percentuale di chi si esprime resta più bassa rispetto al Nord: molti cittadini preferiscono non rispondere, lasciando la decisione finale ai familiari — che, in assenza di volontà dichiarata, diventano gli unici titolari del consenso.

Del resto, le storie positive non mancano. Negli ultimi mesi proprio la sanità ragusana è stata protagonista di diversi episodi simbolici. Nei giorni scorsi, all’ospedale Maggiore-Baglieri di Modica è stato effettuato un prelievo di cornee grazie alla volontà espressa da una giovane paziente e al consenso della famiglia. Invece, il gesto di un uomo di 89 anni deceduto nell’ospedale di Vittoria ha consentito un trapianto multiorgano che ha salvato tre vite. Il caso è stato salutato come esempio virtuoso di collaborazione tra equipe mediche e famiglie: i parenti del donatore, pur nel dolore, hanno autorizzato il prelievo, dimostrando che quando l’informazione arriva in modo chiaro e rispettoso le resistenze possono cedere il passo alla solidarietà. Uno degli episodi che dimostrano come la cultura del dono esista già e possa crescere.
Il problema resta soprattutto culturale. Paure, fake news e disinformazione continuano a influenzare molte scelte. Ancora oggi c’è chi teme errori nell’accertamento della morte cerebrale o pensa che il sistema sanitario possa “privilegiare” un espianto rispetto alle cure. Timori smentiti da protocolli rigidissimi e da controlli severi, ma che continuano a circolare soprattutto grazie al terrorismo di “scienziati” con master nelle liberissime università dei social.
Eppure storie come quella del donatore di Vittoria dimostrano che la generosità non manca: serve accompagnarla con informazione capillare, presenza nelle scuole, dialogo con i medici di base. Perché donare dopo la morte non è un tradimento del corpo, ma un atto di cura verso chi resta.

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