Filmare e non fuggire dinanzi al fuoco. Perché?

La rubrica dello psicologo, a cura di Cesare Ammendola

A prescindere dalla tragedia di Crans Montana, due cose che, proprio in questi giorni, risuonano anche “politicamente scorrette” possiamo dirle in generale. La prima: da anni l’uso compulsivo del cellulare, tra mille risorse, nasconde anche qualche insidia. 

“Posto ergo sum, riprendo (tutto e sempre) quindi valgo.” Un po’ è così. 

La seconda: la consapevolezza e la paura del pericolo reale tra adolescenti (e adulti) non godono di ottima salute.

E infatti, Crans-Montana ha generato una reazione quasi automatica nell’opinione pubblica: la domanda ripetuta ovunque è perché molti ragazzi presenti nel locale abbiano filmato l’incendio invece di scappare. 

Una domanda che sembra logica, ma che in realtà rivela un bisogno di giudicare a posteriori più che di comprendere. È una domanda che arriva quando l’orrore è già avvenuto e che rischia di trasformare le vittime in colpevoli.

Di fronte alle tragedie, spesso ci rifugiamo nell’idea rassicurante che esista sempre una scelta giusta e razionale. Pensare che “bastava fuggire” ci fa sentire al sicuro, perché ci convince che noi avremmo agito meglio. Ma questa è una semplificazione adulta che non tiene conto di come funziona davvero la mente, soprattutto quella dei più giovani.

Il primo elemento da considerare è neurologico. La corteccia prefrontale, responsabile della valutazione del rischio, del controllo degli impulsi e delle decisioni rapide in situazioni complesse, non è completamente sviluppata prima dei vent’anni. In condizioni normali questo comporta maggiore impulsività e bisogno di conferme esterne; in una situazione estrema – fiamme, fumo, urla, confusione – pretendere una reazione lucida e “razionale” da un cervello adolescente a volte non è realistico. In quei momenti il sistema emotivo prende il sopravvento e le risposte diventano automatiche, non ponderate.

Il secondo aspetto riguarda tutti, non solo i ragazzi. Filmare non significa necessariamente essere indifferenti o superficiali. A volte è l’opposto: è un modo per creare una distanza dall’orrore. Lo schermo diventa una barriera protettiva, una sorta di anestetico emotivo che attenua l’impatto del trauma. Riprendere può essere un tentativo inconsapevole di non crollare, di trasformare una realtà insopportabile in qualcosa di più gestibile. Non è cinismo, ma una forma di sopravvivenza psicologica.

In situazioni di pericolo improvviso il cervello può negare la gravità, bloccarsi, dissociarsi o cercare un’illusione di controllo. Il telefono diventa quell’illusione: “sto facendo qualcosa”. Inoltre entra in gioco il comportamento del gruppo: se nessuno scappa, il pericolo viene minimizzato; se non c’è panico immediato, il cervello interpreta la calma apparente come un segnale rassicurante. È così che nascono le tragedie silenziose.

Da qui nasce una domanda più scomoda, ma necessaria: perché chiediamo ai ragazzi di salvarsi da soli? La sicurezza non può essere una responsabilità dei minori. È un dovere degli adulti, dei gestori, delle istituzioni. Agli adolescenti non si può pretendere lucidità nel caos; agli adulti si deve pretendere prevenzione, controllo, gestione reale del rischio. Le spiegazioni psicologiche non attenuano di un millimetro le responsabilità strutturali: un locale affollato deve essere sicuro prima che accada l’emergenza.

Colpire le vittime, accusarle di incoscienza, o attaccare famiglie e scuola significa spostare l’attenzione dal punto centrale. Le vittime non sbagliano e non “se la cercano”. Quando un luogo diventa una trappola mortale, la colpa non è di chi resta intrappolato, ma di chi aveva il compito di impedire che l’inferno potesse anche solo iniziare.

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