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Rispettare Vittorio Sgarbi oggi è un dovere per tutti
13 Nov 2025 08:00
La rubrica dello psicologo, a cura di Cesare Ammendola
Il professore, dopo tanto tempo è tornato tre sere fa in tv, da Bruno Vespa, per pochi momenti di rara intensità e bellezza. Ha parlato d’arte. E in questo sovente è meravigliosamente irraggiungibile. Anche quando le parole esili sembrano faticare e scalare le montagne dell’estetica. E il capo è chino e dimesso, siccome gravato da un macigno d’ombre.
Ha detto anche del conflitto con la figlia Evelina. Secondo lui, l’idea che egli stia male anche adesso sarebbe solo un modo con cui la figlia ha tentato di cercare il padre che non aveva trovato forse in passato. Pur dicendosi molto comprensivo, Sgarbi ha definito il suo comportamento esagerato e illogico.
La figlia dichiara che la situazione del padre la addolora profondamente, poiché lo vede influenzato da altri attorno a lui. Sarebbe stato quasi trascinato negli studi Rai per registrare una puntata nonostante le sue pessime condizioni di salute, per la promozione del libro. Tuttavia, afferma di aver trovato conforto nelle parole del padre, interpretandole come un incoraggiamento a proseguire.
Io, per quello che vale, sono stato spesso in disaccordo con Sgarbi su parecchie cose. Penso che, al di là delle sue presunte “colpe”, chi è malato meriti sempre rispetto. Credo anche che chi gli vuole bene debba stargli vicino, e che chi lo ha sempre criticato dovrebbe sospendere ogni attacco, perché colpire una persona vulnerabile e sofferente è solo una forma di crudeltà.
Sgarbi è oggi la fragilità che può appartenere a tutti noi. Un essere umano, una persona sofferente e “malata”. Che alcuni sui social ora descrivono in modo … diversamente gentile. Avventurandosi in pseudo diagnosi psicoanalitiche. Alcuni infatti sarebbero tentati di applicare alla sua situazione luoghi comuni buoni per tutte le stagioni. Con termini più grossolani e grezzi, sembrano fare allusioni a concetti più generali. Secondo i quali, in genere, al di là del caso in questione, il narcisista, intelligente e brillante, vivrebbe di ammirazione ma ne resterebbe prigioniero. Incapace di affetti sino in fondo autentici, userebbe gli altri come specchi del proprio ego e misurerebbe il valore in bellezza e successo. Quando arriva la vecchiaia e il corpo perde fascino, sprofonderebbe nella crisi. Finirebbe la vita quasi solo e colmo di malinconia.
Mi dissocio nettamente. Considero incompleta, parziale, inesatta e a tratti “sprezzante” questa lettura del “narcisismo”. Oltre ad essere in alcuni casi “strumentale” e usata, per il tramite di allusioni, per “colpire” ad personam esseri umani in sofferenza.
È sbagliato, a mio avviso, fare diagnosi a distanza per squalificare le singole persone reali. Tanto più che il profilo della personalità narcisistica per noi clinici (soprattutto per noi) deve essere oggetto di comprensione, attenzione e cura, non di sentenze ineluttabili e spietate. Altrimenti, mi chiedo, quali sarebbero il senso e il fine della nostra professione?
Proprio i manuali dicono anche molto altro sullo stile narcisistico di personalità (alcuni temi che rappresentano l’innocenza del narcisista: la ferita dell’infanzia, la solitudine arcaica, la delusione primaria …).
E ancor più sbagliato sarebbe usare questo approccio e questo stile con chi è un personaggio pubblico ma non del passato. Un essere umano vivente. Una fragilità nel presente. Io non sono affatto umile e inesperto, eppure so di non avere elementi per definire una diagnosi così circostanziata e definitiva su un’altra persona a distanza.
E comunque, negli anni della formazione, ho dovuto imparare, mio malgrado, ad evitare di usare pubblicamente le nosografie specifiche come una “clava contro” le persone reali. E questa attitudine, questa sensibilità elementare ci distinguono da altri attori in altre professioni.
Tornando invece alla situazione del professore, il mio giudizio politico e personale sul personaggio pubblico Sgarbi è stato non di rado severo. Stemperato solo ora da un timido slancio di compassione umana ed empatia sindacale (al cospetto della malattia, la “depressione” nella vecchiaia appunto). Sensibilità minime, figlie anch’esse della mia formazione ed esperienza professionale. E della circostanza che sempre più spesso mi vuole canino tra gli umani.
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