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MUSICA ITALIANA
01 Dic 2011 20:47
“Non riesco a sentire altra musica! Se non capisco le parole, non mi piace. Eppoi, una canzone deve avere un significato, senza il quale non ha senso…….!”.
Questa ed altre amenità sono in agguato quando ci intratteniamo con gli altri sull’argomento musica. Come se il massimo della pena, che dobbiamo scontare per il fatto stesso di esistere, consista nella sciocchizzazione di una delle cose più alte dell’animo umano: la musica.
La cosiddetta “musica italiana”, che si intende classificata solo in quanto i testi sono scritti nell’italico idioma, è in realtà un nonsense senza paragoni nell’universo musicale: niente che somigli a un genere, a uno stile, a un linguaggio originali – escludendo ovviamente le tradizioni folkloriche locali – ma un coacervo di rimasticamenti, appiccicati in modo disgustoso sulla polpetta della melodia.
Due esempi sono illuminanti: Giorgia e Gianna Nannini. La prima, forse la più dotata vocalist di casa nostra (almeno nell’ambito “leggero”), per definirsi un carattere musicale ha dovuto fare gavetta nei locali romani a suon di r&b e di soul, per poi finire triturata dall’ingranaggio dell’industria musicale che sputa cose insapide e melense. La seconda, la meno dotata cantante che esista nell’universo conosciuto, persegue il fine di trovare una via italiana al rock, riducendosi il tutto all’ostentazione di un’immagine da “vita spericolata”.
E proprio i testi, invocati come elemento fondante della dignità musicale, sono fatti a immagine e somiglianza dell’italico sentire: mondi fatti quasi esclusivamente di flirt adolescenziali, gite fuori porta, tradimenti consumati nella colpa (ricordiamo, per tutti, la cara “signora Lia” di Baglioni), invocazioni d’amore non ascoltate, cuori infranti, con pochissime eccezioni di divagazioni nel registro dell’emarginazione e della miseria morale (uno fra tutti la “Mary” dei gemelli diversi…).
Insomma, un mondo piccino che non sposta i confini dello sguardo, che lascia la coscienza del paese abbarbicata a una sorta di esistenza grama in cui tutto è prevedibile e niente accade veramente perché tutto si ripete.
Ma è il dato musicale che, alla fine, si impone: ritmi sciapi e scritture melense, suoni che scimmiottano l’acidità del rock e quella stramaledetta compulsione “melodica” che la cultura musicale di queste latitudini si trascina dall’età del bel canto, in quella equivoca propensione alla “solarità” che fa da marchio distintivo alla cultura italiana (e qui torniamo al capitolo sull’estate).
Ciò che ne emerge è l’immagine di un paese povero di fantasia, un po’ furbo, molto mammone, avvolto in questa nebbiolina di prevedibilità che – alla fine – lascia tutto non molto lontano dalla italietta parrocchiale che fu nei lontani anni ’60.
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