“Il signor F. è morto in treno”, uno spettacolo a dir poco geniale proposto da Godot

Pubblichiamo le impressioni dell’autrice de Il signor F. è morto in treno, andato in scena nei giorni scorsi.
IL SIGNOR F. È MORTO IN TRENO (resoconto di una passeggera)
di MARIA GRECO
Mi avvicino alla prima fila, cerco il posto che, gentilmente, mi hanno riservato, è la prima volta che una mia opera originale (non una traduzione) dà il titolo ad uno spettacolo, voglio dire: la prima volta che uno spettacolo è tratto interamente da un mio testo, insomma la prima volta che l’unica materia di una messa in scena viene da me e…. ahhhhhh! Sono emozionata – ecco, l’ho detto -. Mi siedo. So che diciassette giovani attori hanno lavorato con rigore, serietà ed impegno, ed intuisco quanto cuore e quanta anima abbiano messo dentro; sono al corrente dei momenti di crisi attraversati, delle lacrime – amare? – , delle varie ed impreviste difficoltà, e mi dico che tutto questo è buon segno. Non esiste uno spettacolo di valore – e due ore dopo ne avrò la conferma – senza “lacrime e sangue”… Ripenso alle mie, di fatiche, ed è uno strano piacere (infatti sono pigra): mettere il mio testo e la mia penna al servizio di Federica Bisegna e di Vittorio Bonaccorso, buttar giù riduzioni teatrali di cinque dei miei sette racconti (Il signor F. è morto in treno, Il calzolaio lettore, Alcesti, Ipocondria, Ravanello) e aggiungere (o tagliare, ahi!) scene sulla base delle esigenze della Compagnia G.o.d.o.t., hanno costituito insieme un’esperienza di straordinario valore umano e artistico. Un’esperienza voluta da me, direi voluta fortemente da me! (È stato detto più volte, ed è così, e me ne vanto!) È impagabile, Federica Bisegna per la dedizione e la professionalità con cui si è spesa per questo spettacolo, per il gusto raffinato e femminile con cui ha curato ogni singolo dettaglio dei costumi, in un intreccio di rispondenze simboliche che ci conducono da un Controllore di treno ad un Caronte (entrambi, guarda un po’, traghettatori di anime, entrambi interpretati dallo stesso attore) attraverso il filo sottile di uno stesso costume; analoghi rimandi ci portano con leggerezza da una sposa per procura ad un’altra, Euridice, reduce dall’ultimo viaggio di eterna separazione dal suo Orfeo. E, a proposito di trovate geniali, rimango… “rapita”, hanno scritto (e… d’accordo! Mi piace!) da quei binari attraversati dalle ruote-orologio che ho ammirato, insieme a tante altre idee di Vittorio Bonaccorso, e che sono riusciti a trascinarmi davvero via da quella mia poltrona in prima fila e a gettarmi dentro un tessuto teatrale che era partito da me, ma che non era più mio né, credo, dello stesso regista e che era diventato “cosa viva” – di queste ruote, a mia volta, ne ho “rapita” una ed è adesso qui accanto a me, mentre scrivo… dove la metterò? Già. Voglio riempirla di fiori, o decorarla, oppure inserirvi al centro un paio dei miei libri… – oh! Ma scusate, sto divagando… ehm… dicevo che: elemento trainante è forse l’originalità della trovata? No, locomotiva di questo “treno” è il carattere della regia di Vittorio Bonaccorso e per carattere intendo la forza espressiva – non descrittiva – che nasce dalla capacità di sintetizzare in un’idea l’essenza stessa del testo. Originalità significativa, la definisco, riconoscibile nelle sue varie flessioni dentro scelte registiche coltissime, fatte in un’ottica sempre funzionale e mai artefatta tra suggestioni che vanno da Pina Bausch a Peter Brook fino a toccare Armando Punzo (e già, perché il gioco della linea e del punto in Ravanello mi ha fatto fare un salto indietro nel tempo a quello scagliarsi dei prigionieri della Compagnia della Fortezza contro il muro…) e fluttuano liberi con serena sapienza e ironia divertita tra recitazione tradizionale, modi farseschi, effetti di straniamento, spazio vuoto, in una fusione direi perfetta di luci, suoni, coreografie, colori. Ma il lavoro di Vittorio Bonaccorso e della sua compagna di scene e di viaggio Federica Bisegna è unico, direi, anche per ciò che non salta forse subito all’occhio, ma che costituisce l’ossatura del laboratorio-officina: la forgiatura. Il modo con cui questi due maestri plasmano i loro giovani attori, il modo in cui li tengono per mano, in cui li sorvegliano senza tuttavia imporsi, ma sempre scegliendo e valorizzando la ricchezza che ciascuno di loro porta dentro di sé, fino ad ottenere che questi ragazzi, ricevuta l’impronta, sappiano conoscersi e riconoscersi e infine imparino a camminare da soli, è cosa preziosa e rara. Si lavora duro, in quel magico mondo pieno di spigoli e di sottintesi che è il teatro, e dietro le quinte il mestiere “si ruba”, dunque imbattersi in tale generosità non è davvero usuale. Giuseppe Arezzi, Giuseppe Arrabito, Beatrice Bracchitta, Sara Cascone, Monica Chessari, Benedetta D’Amato, Andrea Di Martino, Federica Guglielmino, Gaia Gugliemino, Sofia La Rosa, Paolo Lanza, Alessandra Lelii, Benedetta Mendola, Francesco Piccitto, Lorenzo Pluchino, Mario Predoana, Micaela Sgarlata e le piccole Marta Iurato e Marisol Tirri: questi ragazzi sono bravi e fortunati. Auguro loro – e a tutti coloro che, imbattendosi in un Calzolaio lettore, “avranno sete”- di trovare il coraggio e l’intelligenza per inseguire i propri sogni e di coltivare ciò che di bello avranno incontrato e riconosciuto nel loro cammino.

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