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INTERVISTA A DOMENICO PISANA
23 Feb 2017 14:15
L’ultima opera poetica di Domenico Pisana, “Odi alle odici terre. Il vento, a corde, dagli Iblei”, Armando Siciliano Editore, 2016, che porta la prefazione dello scrittore Pietrangelo Buttafuoco, una traduzione inglese a fronte della poetessa Floriana Ferro, e che è corredata di oltre trenta opere del M° Piero Guccione , è stata accolta con largo consenso dalle città nelle quali è stata già presentata, come Modica, Ispica e Pozzallo. Vogliamo riportare l’intervista che Lucia Trombadore ha fatto con l’Autore, proprio in occasione della presentazione del libro nella città di Pozzallo.
D. I luoghi possono essere pure e semplici ambientazioni, sfondi coreografici, contenitori retorici che distolgono l’attenzione del lettore dagli inesistenti contenuti stringenti oppure essere essi stessi conglomerati di senso e di significato che la poesia, in particolare, avoca a sé ogni qual volta percorre la strada di una seria riflessione sull’esistente e sul fenomenico. Ecco, cosa sono i luoghi iblei per Domenico Pisana?
R. La tua domanda è direi interessante e provocatoria al contempo, in quanto pone un problema di senso e di significazione in ordine alla mia scelta di cantare in versi i luoghi della terra iblea. Perché l’ho fatto? Non sicuramente per mettere in fila sfondi di paesaggi e “contenitori retorici” come tu osservi, né per un’ opportunità letteraria quant’anche interessante, ma per recuperare, per descrivere, per esaltare e dare significato ad una terra plurale, composita (“signorile e rusticana”, direbbe Bufalino), con città, campagne, mare, coste dalle peculiarità individuali ben definite; i luoghi da me individuati e cantati nelle Odi ricompongono allora, attraverso la mia sensibilità e il mio sentire poetico, i tratti distintivi, fondativi, identitari di una terra, di una civiltà: ad ogni città iblea dedico odi poetiche, facendone risaltare valori, bellezze, paesaggi, architettura e tradizioni aprendo nel lettore una sorta di dialettica poetica tra storia e memoria .
D. Il luogo, in quanto spazio, è categoria dialettica del tempo; non esiste spazio senza tempo e tempo senza spazio, per cui la scelta poetica di cantare lo spazio in quanto locus, cioè spazio caratterizzato e caratterizzante, non mero non-luogo, significa inevitabilmente eleggere un tempo o tempi che non possono ridursi ad accumulo cronologico di memoria, bensì occasione di significanza. Che ne pensi?
R. Mi piace questa tua affermazione che evidenzia come la scelta poetica di cantare lo spazio in quanto locus significa “eleggere un tempo”, come tu dici, a “occasione di significanza” e io aggiungerei a mito. Dici bene, con le mie Odi ho scelto di “eleggere un tempo” dove io raggomitolo esperienze vissute da giovanissimo, da meno giovane e da adulto:
– penso alla mia Modica e alle mie passeggiate scolastiche da studente e da adulto sulla collina di Monserrato, da dove lo sguardo sulla città rimane incantato mentre essa si stende tra vicoli e luci di palazzi;
– penso a Pozzallo e al suo litorale, che dal 1982 al 2003, cioè per oltre un ventennio, è stata la città delle mie passeggiate marine, dell’ascolto del murmure del mare davanti all’Ippocampo e alla Torre Cabrera, e nel secondo scivolo; e ancora penso alla sagra del pesce, nonché a quel grande simbolo di pace che è Giorgio La Pira;
– penso a Scicli, città molto presente nei miei ricordi d’infanzia essendo i miei nonni paterni e mio padre originari di Scicli;
– penso, per andare sul versante occidentale della nostra terra iblea, a Chiaramente Gulfi, questa bella cittadina, gemellata con una città francese, di cui ho respirato, ancora diciassettenne, l’ombra e la frescura della Pineta nel lontano 1974: erano gli anni in cui frequentavo il Liceo Classico e giocavo nelle giovanili del Modica e venni convocato in prima squadra, che allora era stata promossa nella Serie C;
– penso alla Comiso di Bufalino e di Carmelo Lauretta, con i quali ho avuto corrispondenze, e ancora a Santa Croce Camerina e a Ragusa, città ove ho intrecciato rapporti e corrispondenze con personaggi di spicco come lo storico Giuseppe Micciché e i poeti Emanuele Schembari e Giovanni Occhipinti.
Potrei continuare anche a tirare dallo scrigno dei miei ricordi tanti altri aspetti che mi hanno suscitato sentimenti e passioni nel rapporto con altre terre degli Iblei, ma mi limito a questi esempi per dire come le mie Odi non nascono da un esercizio alchemico, né sono né vogliono ridursi ad un “accumulo cronologico di memoria”, ma mirano a ridisegnare nella contemporaneità una metafora dell’identità , e richiamare quasi la questione dell’identità dell’uomo e il tema della radici come “spazio di senso”. “Se io riesco a ricordarmi – diceva Freud nel suo libro “Il Sogno” – un avvenimento anche molto tempo dopo che è accaduto, questa permanenza nella memoria mi prova il fatto che quell’avvenimento ha esercitato allora una profonda impressione su di me”. “
D. La poesia è di per sé spazio e tempo: spazio della parola, del pensiero, della riflessione, della meditazione e tempo dell’accadere continuo e costante, che si arricchisce dei sedimenti del già avvenuto e dei fermenti dell’imminente. Non credi?
R. Certo, per me , come bene hai rilevato, “la poesia è spazio e tempo” e quindi i luoghi delle mie ODI sono anzitutto “spazio caratterizzato e caratterizzante”, hanno, sì, una loro posizione geografica, spaziale, ma sono sempre, ovunque, una costruzione antropologica. Hanno sempre una loro storia, anche quando non decifrabile; sono il risultato dei rapporti tra le persone. Risentono , come bene dici, “dei fermenti dell’imminente” e di ciò che continuamente in essi accade; insomma hanno una loro vita: nascono, vengono fondati, si modificano, mutano, possono morire, vengono abbandonati, possono rinascere, possono suscitarti emozioni, reazioni, azioni, fantasie, creatività, ricordi.
D. La parola poetica, espressione e mistero sincretico del detto e non detto, può e deve farsi luogo di profezia per i viatores dei propri luoghi esistenziali?
R. Questa navigazione all’interno dei luoghi iblei non è stata per me un guizzo di nostalgia, ma assume il volto di un itinerario poetico in cui la parola si fa luogo di profezia, che parla, cioè, con il fine di lanciare un messaggio chiaro: bisogna ancorarsi alle proprie radici non per un mero conservatorismo, ma per affrontare la navigazione contemporanea della nostra vita , per affrontare l’onda che ogni giorno ci assale, perché l’esistenza è un mare tempestoso ma anche placido, è inizio e fine, tutto e nulla! L’uomo della post modernità e della società liquida ha smarrito i propri luoghi, le proprie radici, ha visto crollare il mito dell’eldorado identificato nelle ideologie, nei lumi della ragione, nella assolutizzazione della libertà e si è invece trovato disperso in mare aperto; l’uomo può uscire dal naufragio se recupera il senso valoriale delle sue radici identitarie.
D. Non credi che poesia, parola, luogo e tempo siano, a questo punto, categorie di processo e non di stasi? Categorie da non assumere in modo tassonomico, secondo le gerarchie dello spazio e del tempo bi-tri-dimensionale, bensì come input e output della ricorsività di prospettive plurime?
R. Io ho scritto queste Odi per dare un input, per aprire un orizzonte di prospettiva, quasi con l’ambizione di una “sospensione del tempo” come direbbe il poeta greco Vaghenas. Cosa voglio dire! Le mie Odi rappresentano il tentativo di determinare la consapevolezza in tutti noi che non bisogna vivere il tempo in senso cronologico, come un semplice scorrere degli anni, delle ore e delle stagioni rischiando anche di farsi male, ma occorre avere con il tempo un rapporto poietico, cioè di nuova creazione, riflessione, meditazione, quasi di riannodamento sentimentale tra passato, presente e futuro.
Questo mio libro non è – come potrebbe sostenere Nietzsche – “un’occupazione da vecchi”, un “guardare indietro”, un “cercare conforto nel passato”, ma uno strumento di comunicazione che vuole tenere viva l’ “identità collettiva” delle nostre popolazioni iblee, perché resto convinto che quando vengono meno le identità collettive, come di fatto sta accadendo, le nuove generazioni (e forse non solo loro) si vanno assuefacendo “ad un oggi senza passato”.
Lucia Trombadore
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