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Vittoria: sciolti per mafia ma assolti in tribunale. L’ex sindaco Moscato al Senato riapre il caso e chiede la riforma dell’articolo 143
12 Feb 2026 10:54
Si riaccende a Roma il caso dello scioglimento del Comune di Vittoria per infiltrazioni mafiose. Ieri l’ex sindaco Giovanni Moscato è stato audito dal Comitato della Commissione parlamentare Antimafia sugli enti locali, presieduto dal senatore Salvo Sallemi, nell’ambito dell’approfondimento sulla possibile riforma dell’articolo 143 del Testo unico degli enti locali, la norma che disciplina lo scioglimento dei Comuni per mafia.
Una vicenda che, a distanza di anni, continua a far discutere. Perché se è vero che il Comune di Vittoria fu sciolto nel luglio 2018 per presunte infiltrazioni mafiose, è altrettanto vero che la magistratura ha poi assolto con formula piena tutti gli imputati coinvolti nei procedimenti penali collegati all’inchiesta “Exit Poll”, facendo cadere le accuse di voto di scambio politico-mafioso e corruzione elettorale.
L’audizione in Commissione Antimafia
«Oggi è stata una giornata importante. Non solo per me ma per tutta la comunità che ho avuto l’onore di rappresentare come sindaco», ha dichiarato Moscato al termine dell’audizione, ricordando il periodo amministrativo dal 2016 fino allo scioglimento del 2018, che definisce «ingiusto».
Davanti ai componenti del Comitato – esponenti di tutti gli schieramenti politici – Moscato ha spiegato di aver basato il proprio intervento «solo ed esclusivamente sulle risultanze processuali e non su valutazioni personali», portando all’attenzione della Commissione quelli che considera «dati fondamentali» per una revisione della normativa.
Il riferimento è proprio all’articolo 143 del TUEL: lo scioglimento dei Consigli comunali per infiltrazioni mafiose viene deliberato dal Consiglio dei Ministri su proposta del Ministro dell’Interno, a seguito di una relazione prefettizia che accerta collegamenti o condizionamenti della criminalità organizzata tali da compromettere il buon andamento e l’imparzialità dell’amministrazione.
«Il procedimento di cui all’articolo 143 deve necessariamente rimanere un caposaldo del nostro sistema – ha affermato – ma ha bisogno delle necessarie modifiche affinché l’errore compiuto, come nel caso che ci riguarda, non avvenga mai più».
Moscato ha parlato di un danno non solo personale e politico, ma collettivo: «Lo scioglimento non ha toccato solo me come uomo e come sindaco, ma ha danneggiato l’intero popolo vittoriese». E ancora: «Ci sono decine e decine di sindaci, di destra e di sinistra, colpiti ingiustamente, con l’onta per le nostre città di essere tacciate come mafiose».
Secondo quanto riferito dallo stesso ex sindaco, il caso Vittoria sarebbe stato definito da un componente non siciliano della Commissione come «l’esempio più grave, la più totale aberrazione della norma».
Moscato ha infine ringraziato il presidente del Comitato Salvo Sallemi e la presidente della Commissione Antimafia Chiara Colosimo «per questo importantissimo lavoro di approfondimento e ricerca», auspicando che il proprio contributo possa essere utile a una riforma.
L’assoluzione e il ribaltamento in Appello
Il punto centrale della vicenda resta la pronuncia giudiziaria. L’8 marzo 2024 la Terza sezione della Corte d’Appello di Catania ha assolto Giovanni Moscato dall’accusa di corruzione elettorale «perché il fatto non sussiste», ribaltando la sentenza di primo grado che lo aveva condannato a un anno e quattro mesi con rito abbreviato.
La Corte ha ritenuto insussistenti le contestazioni relative alla presunta stabilizzazione di alcuni dipendenti della società che si occupava di igiene ambientale, escludendo qualsiasi coartazione o promessa di posti di lavoro in cambio di voti.
Già nel giugno 2023, nel procedimento con rito ordinario scaturito dalla stessa inchiesta “Exit Poll”, tutti gli imputati – tra cui l’altro ex sindaco Giuseppe Nicosia – erano stati assolti con la formula piena del «perché il fatto non sussiste».
All’indomani dell’assoluzione, Moscato parlò di «gioia amara»: «Nessuno mi restituirà il maltolto. Ho dovuto attendere sei anni perché mi venisse riconosciuto quello che già tutti sapevano». E definì sia il processo penale sia lo scioglimento del Comune «due grandi bluff», chiedendo che si andasse «a fondo a questa storia».
Il precedente di Scicli e il nodo politico-istituzionale
Il caso di Vittoria non è isolato nel territorio ibleo. Qualche anno prima anche il Comune di Scicli era stato sciolto per infiltrazioni mafiose, salvo poi vedere cadere in sede giudiziaria le accuse che avevano alimentato il provvedimento amministrativo. Un copione simile che oggi riapre il dibattito sull’equilibrio tra prevenzione e garanzie.
Il tema è delicato: lo scioglimento per mafia è uno strumento di prevenzione amministrativa, non una sanzione penale. Non richiede una sentenza definitiva, ma una valutazione sul rischio di condizionamento dell’ente. Tuttavia, quando i processi si concludono con assoluzioni piene, si pone inevitabilmente una questione politica e istituzionale: quali sono i criteri di valutazione? Quanto pesano relazioni prefettizie, informative e dichiarazioni di collaboratori di giustizia? E quali tutele esistono per le comunità locali?
La replica del sindaco Aiello
Non si è fatta attendere la presa di posizione dell’attuale sindaco di Vittoria, Francesco Aiello, che ha assunto una linea nettamente critica rispetto all’iniziativa politica legata all’audizione.
«Il tentativo della Destra vittoriese di mettere sotto processo lo Stato per lo scioglimento del Comune di Vittoria è un fatto grave», ha dichiarato Aiello, spostando il piano della discussione sul terreno dello scontro politico.
Due visioni contrapposte, dunque: da un lato chi parla di errore clamoroso e chiede una riforma della norma per evitare ingiustizie; dall’altro chi difende l’operato delle istituzioni e mette in guardia da una delegittimazione degli strumenti di contrasto alla mafia.
Una riflessione che va oltre Vittoria
Il caso Vittoria è ormai diventato un simbolo nel dibattito sugli scioglimenti per infiltrazione mafiosa. La questione non riguarda soltanto un’amministrazione o uno schieramento politico, ma il rapporto tra poteri dello Stato, garanzie democratiche e tutela delle comunità locali.
La Commissione Antimafia è chiamata ora a valutare se e come intervenire sull’articolo 143: mantenere intatto uno strumento ritenuto essenziale nella lotta alla criminalità organizzata, oppure introdurre correttivi che rafforzino le garanzie e limitino il rischio di errori.
Intanto, a Vittoria, resta una ferita ancora aperta: quella di un Comune sciolto per mafia e di una città che, dopo anni di processi, si è vista riconoscere in tribunale l’assenza dei fatti contestati. Una vicenda che continua a interrogare istituzioni e coscienze.
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