Undici settembre, 25 anni dopo: gli iblei Spataro e Agnello, due vite spezzate alle Torri Gemelle

Decidi tu come informarti su Google.
Aggiungi RagusaOggi alle tue Fonti preferite. Quando cercherai una notizia, ci troverai più facilmente.
AGGIUNGI

Ero a casa quel pomeriggio. La notizia era arrivata dalla televisione quasi in sordina, attraverso la CNN, e poi aveva cominciato a rimbalzare sui canali italiani. All’inizio si capiva poco. C’erano immagini confuse, una torre che fumava, un aereo che l’aveva colpita.

La prima cosa che pensai, come probabilmente milioni di altre persone, fu che poteva trattarsi di un incidente. Era difficile immaginare altro.

Un aereo di linea contro una delle Torri Gemelle di New York. Una cosa talmente assurda da sembrare quasi impossibile. Un errore, un guasto, una tragedia aerea terribile.

Poi arrivò il secondo aereo. Quello lo vidi ancora in televisione. E non ci fu più spazio per pensare a un incidente. L’aereo si schiantò contro la seconda torre e in quel momento la realtà cambiò. Non era un incidente. Era un attacco. Le immagini che fino a pochi secondi prima sembravano inspiegabili acquisirono improvvisamente un significato terribile.

Ricordo di essere rimasto davanti allo schermo cercando di capire. Le Torri. Il fumo. Le fiamme. Le persone alle finestre. Le strade di New York invase dalla gente. I soccorritori che correvano verso gli edifici mentre tutti gli altri cercavano di allontanarsi.

E poi il crollo. Prima una torre, poi l’altra. In diretta televisiva.

Non era un film, anche se tutto quello che stavamo vedendo sembrava appartenere a un film. Era New York. Era l’America. Era il mondo che stava cambiando sotto i nostri occhi.

Il bilancio sarebbe stato di quasi 3.000 morti. Quattro aerei erano stati dirottati da 19 terroristi di Al Qaeda: due contro le Torri Gemelle, uno contro il Pentagono e il quarto, il volo United Airlines 93, precipitato in Pennsylvania dopo la reazione dei passeggeri.

Ma quel giorno, mentre ancora cercavo di capire cosa stesse accadendo, non sapevo che dentro quella tragedia mondiale ci fossero anche due storie che avrebbero riguardato direttamente la nostra terra.

Una arrivava da Ragusa. L’altra da Pozzallo.

John Spataro, il ragusano dentro la Torre Nord

Il suo nome era John Anthony Spataro. Aveva 32 anni e viveva a Mineola, nello Stato di New York. Lavorava per Marsh & McLennan, una delle società che avevano i propri uffici nel World Trade Center. Quella mattina era al lavoro nella Torre Nord, proprio nell’edificio colpito dal primo aereo.

Spataro era americano, ma aveva sangue e radici ragusane. Suo padre, Giovanni Spataro, era originario della Sicilia ed era emigrato negli Stati Uniti. Il figlio era nato e cresciuto in America, ma quel legame con Ragusa non si è mai spezzato.

Quando cominciarono a essere ricostruiti gli elenchi delle vittime, tra quei nomi comparve anche il suo.

John Anthony Spataro. Un ragazzo di 32 anni. Uno dei quasi 3.000 nomi dell’11 settembre. Per Ragusa, però, non era un nome qualsiasi. Era il figlio di un emigrato, un uomo che aveva costruito la propria vita dall’altra parte dell’oceano portando con sé una parte della terra da cui era partito. La città ha voluto conservarne la memoria intitolandogli una strada.

Oggi, passando per via John Anthony Spataro, c’è qualcosa di difficile da percepire se non si conosce la storia: quel nome racconta di una città siciliana e di una tragedia avvenuta a migliaia di chilometri di distanza, ma che anche Ragusa ha sentito sulla propria pelle.

E da Pozzallo arrivava Joseph Agnello

Ma John Spataro non è l’unico legame tra l’11 settembre e la provincia di Ragusa. C’è anche Joseph “Joey” Agnello, 35 anni, vigile del fuoco di New York e componente della Ladder 118.

Agnello era nato e cresciuto in America, ma era figlio di un emigrato di Pozzallo. Per questo la sua storia è diventata parte della memoria della città marinara iblea. E la sua vicenda rende ancora più drammatica la storia di quel giorno.

Agnello non avrebbe dovuto essere in servizio quella mattina. Era passato dalla caserma per ritirare lo stipendio quando arrivò la notizia dell’aereo contro il World Trade Center.

Poteva andare via. Poteva tornare dalla sua famiglia. Invece indossò la divisa e partì con i colleghi.

La Ladder 118 raggiunse le Torri. I vigili del fuoco entrarono nell’edificio mentre migliaia di persone cercavano disperatamente di uscire. Il loro compito era quello di sempre: soccorrere, accompagnare fuori i civili, cercare di salvare vite.

Poi arrivò il crollo. Joseph Agnello morì quel giorno insieme a centinaia di vigili del fuoco e soccorritori.

Aveva 35 anni. Aveva una moglie e due figli. E aveva un padre originario di Pozzallo.

La città non lo ha dimenticato. Nel 2008 il Comando della Polizia Municipale di Pozzallo è stato intitolato proprio alla sua memoria. La decisione fu presa per rendere omaggio a quel giovane figlio di un emigrato pozzallese che aveva perso la vita mentre prestava servizio nei Vigili del Fuoco di New York.

Così, a distanza di migliaia di chilometri, due nomi legano l’11 settembre alla provincia di Ragusa. Due storie completamente diverse. Uno era dentro la torre perché stava lavorando. L’altro ci entrò perché faceva il vigile del fuoco. Entrambi non sarebbero mai tornati a casa.

Il mondo dopo le Torri

Quel pomeriggio davanti alla televisione, però, nessuno poteva ancora sapere quanto sarebbe cambiato il mondo.

L’11 settembre non fu soltanto la più grave tragedia terroristica mai avvenuta sul territorio americano. Fu uno spartiacque.

Gli Stati Uniti reagirono con la cosiddetta “guerra al terrorismo”. Poche settimane dopo iniziò l’intervento militare in Afghanistan contro i talebani e Al Qaeda. Nel 2003 arrivò l’invasione dell’Iraq.

Da allora il mondo entrò in una lunga stagione di guerre, attentati, interventi militari e instabilità geopolitica. La guerra in Afghanistan sarebbe durata vent’anni. L’Iraq sarebbe stato travolto dalla guerra e da una lunga fase di instabilità.

Al Qaeda avrebbe perso Osama bin Laden, ucciso nel 2011, ma il terrorismo internazionale non sarebbe scomparso. Negli anni successivi sarebbero comparsi nuovi gruppi e nuove minacce, fino all’ascesa dell’ISIS e a una nuova stagione di attentati in Europa e nel resto del mondo.

Anche la nostra vita quotidiana cambiò. Gli aeroporti non furono più gli stessi. I controlli divennero molto più rigidi. La sicurezza entrò stabilmente nella vita di tutti noi. Gli Stati Uniti crearono il Department of Homeland Security e ampliarono enormemente gli strumenti di prevenzione e sorveglianza.

E cambiò anche l’economia. Wall Street rimase chiusa per quattro giorni dopo gli attentati. Quando riaprì, il 17 settembre 2001, il Dow Jones perse il 7,1 per cento. Il traffico aereo fu paralizzato, il turismo subì un duro colpo e New York dovette affrontare conseguenze economiche enormi. La grande crisi finanziaria sarebbe arrivata sette anni dopo e avrebbe avuto cause diverse, legate soprattutto alla bolla immobiliare statunitense, ai mutui subprime e alle fragilità del sistema finanziario.

L’11 settembre fu uno shock enorme per l’economia mondiale e contribuì a cambiare le priorità degli Stati, con una crescita enorme delle spese per la sicurezza e la difesa.

Quel pomeriggio è ancora lì

Sono passati 25 anni. Eppure, quando rivedo quelle immagini, torno a quel pomeriggio. La CNN. I canali italiani. La prima torre colpita. La domanda che cercava una spiegazione normale per qualcosa che normale non era. Poi il secondo aereo. La certezza improvvisa che si trattava di un attacco. Il fumo. Le fiamme. Il crollo.

E quelle immagini che entravano nelle case di tutto il mondo mentre ancora nessuno sapeva cosa sarebbe successo nelle ore e negli anni successivi.

Oggi sappiamo tutto quello che è venuto dopo. Un mondo sempre più instabile e sempre più diverso da quello che esisteva prima di quel giorno. Ma c’è una cosa che la distanza di 25 anni non ha cambiato. I nomi di tutti coloro che sono morti.

E mentre il mondo guardava incredulo quelle immagini, anche la nostra terra iblea, senza ancora saperlo, stava perdendo due dei suoi figli lontani.

© Riproduzione riservata

Invia le tue segnalazioni a info@ragusaoggi.it