Storie di Sicilia: alla scoperta dei lupini, i legumi mediterranei molto amati dai nostri nonni

Di Salvatore Battaglia

In Sicilia, dire “va cogghiti o vinniti i luppina” significa mandare qualcuno a occuparsi del nulla. Eppure la chimica lo riabilita: il lupino è un tesoro proteico, con il 38% di proteine, fibre e minerali in abbondanza.

“Perciò Zenone di Cizio, pur essendo burbero e rancoroso con i conoscenti, soprattutto quando trincava del vino diventava piacevole e blando. A coloro che cercavano di sapere il perché della sua differenza di modi, Zenone diceva di sperimentare quello che sperimentano i lupini. Anch’essi, infatti, sono amarissimi prima di essere ammolliti in acqua e invece, dopo essere stati abbeverati, diventano dolci e gradevolissimi.» I deipnosofisti o I dotti a banchetto, Ateneo di Naucrati”.

La Storia…

Questa pianta della famiglia delle “Fabaceae”, il cui nome deriva da un antico sostantivo greco che significa sapore amaro, continua tutt’oggi a essere venduta in bustine trasparenti per poi essere cotta a fuoco lento, ma non tutti conoscono la sua efficacia in ambiti come l’agricoltura e la salute

I suoi semi altamente proteici sono stati per interi decenni una costante nelle spiagge di ogni litorale della regione, o ai caselli autostradali verso qualsiasi direzione. Stiamo parlando dei luppìni (luppìna), che nella forma italiana standard perdono una “p” e che nonostante il loro prezzo stracciato e le loro caratteristiche alimentari sono sempre rimasti dei legumi di nicchia. La loro origine non è propriamente siciliana, per quanto proprio nella Trinacria siano rimasti una tradizione irrinunciabile fino ai giorni nostri, ma senza dubbio sono in molti ad associarli all’isola per via della loro celebre menzione ne I Malavoglia dello scrittore Giovanni Verga. È proprio un carico di lupini, infatti, che all’inizio del romanzo viene perduto dalla famiglia protagonista durante il naufragio in barca nel quale sono coinvolti Bastianazzo e il suo garzone, anche se alcuni studi filologici hanno di recente fatto pensare che si trattasse di uno specifico tipo di vongole omonime, dal momento che secondo il testo il carico andò a male, cosa impossibile per dei semi che resistono anche alla canicola.

Ad ogni modo, questa pianta della famiglia delle Fabaceae, il cui nome deriva da un antico sostantivo greco che significa sapore amaro, è rimasta nell’immaginario collettivo di molti e ha continuato a essere venduta in bustine trasparenti per poi essere cotta a fuoco lento e salata finché non perde il retrogusto sgradevole. Non tutti sanno, però, che oltre a saziare i più ghiotti l’alimento è utile sia per l’ambiente sia nel settore agricolo, grazie al suo alto contenuto di azoto – rilasciato gradualmente non appena entra in contatto con il terreno – e alla sua capacità di migliorare la fertilità delle aree in cui si coltivano agrumi.

Per di più, è spesso utilizzato per il nutrimento di certi animali da allevamento e pochi anni fa è stato addirittura protagonista della quattordicesima edizione della Conferenza Internazionale sul Lupino, svoltasi a Milano in occasione dell’Expo dal 21 al 26 giugno. Consumarlo in quantità maggiori, infatti, sarebbe auspicabile tanto per i celiaci quanto per i diabetici, oltre a garantire dei vantaggi generali a livello intestinale, cardiaco, dei vasi sanguigni e del sistema immunitario. Proprio grazie alla sua fama di partenza, quindi, la speranza di medici e ricercatori è che torni nelle tavole della cucina mediterranea, oltre a rimanere un elemento chiave del patrimonio culturale e linguistico del sud Italia.

La leggenda dei Lupini…

Una leggenda racconta della fuga della Sacra Famiglia per salvare Gesù dalla strage degli innocenti decretata da Erode. La storia narra che la Madonna, durante il tragitto, avesse chiesto aiuto alle piante di lupino affinché la nascondessero. La pianta, però, aveva i baccelli secchi e il rumore attirò l’attenzione dei persecutori. La sua condanna? La creazione di frutti amari.

I Lupini del Nonno…

Era un dato consolidato… A casa dei nonni sulla credenza c’era sempre un vaso di vetro pieno di lupini. Personalmente avrei preferito altri sgranocchiabili, ma questo passava il convento! Niente pop-corn, roba moderna americana, niente patatine, che quelle le frigge la nonna e si mangiano a tavola, solo raramente ceci e brustoline.

Il fatto è che il nonno Turiddu, classe 1925, a fare i lupini (i luppini così li chiamava in dialetto siciliano) tornava giovane. Anzi, tornava bambino. E cominciava a raccontare….

Lui era l’ultimo di cinque fratelli in un’epoca nella quale, appena possibile, dovevi cominciare a tirare la carretta. La famiglia si era trasferita dalla campagna a Ragusa Ibla, e i fratelli maggiori avevano già cominciato a portare a casa qualche spicciolo: uno apprendista da un calzolaio, un altro garzone in un forno, e per Turiddu, che avrà avuto 6 o 7 anni, era rimasto il lavoro più semplice, la vendita di lupini.

L’anno precedente erano stati raccolti nell’orto dietro casa, poi anche il nonno aveva contribuito a sgusciarli, quindi li si lasciava al sole a seccare. A distanza di vari mesi, erano da cuocere per poi mandarli a vendere per le strade della città. Andavano lessati (ed a questo provvedeva la mamma del nonno, la Concetta), ma tutto ciò non bastava. Perché i lupini sono amari, e bisogna far loro perdere quel brutto sapore. Il metodo è quello di cambiar loro l’acqua molte volte: ad ogni passaggio se ne va un po’ d’amaro e quando il lupino non è più amaro, lo puoi portare a vendere.

Cambiare l’acqua ai lupini è faticoso, perché si deve rovesciare il tegame che li contiene per togliere l’acqua vecchia senza far cadere fuori i legumi; quindi riempirlo con nuova acqua attinta dal pozzo poiché agli inizi degli anni ’60 non c’era l’acqua corrente a casa. Quindi tirare su il secchio, portarlo fino alla cantina, e riempire il tegame… Per un bambino era una fatica di Ercole.

Però nella testa di un bambino la fantasia non manca. La casa del nonno era poco fuori città vicina alla ferrovia, attaccata alla Cappella della Madonna delle Grazie. Il nonno era molto devoto alla Madonna della Cappella. Insomma, non era certo un posto adatto per giocare. Però, oltre alla Cappella, c’era anche l’acqua, una bella acqua limpida che invadeva quasi l’intero lastricato di pietre. Il nonno mi assicurava che era anche leggermente corrente; forse il lento sprofondare della Cappella aveva portato il selciato sotto il livello della falda, che in qualche modo veniva convogliata in qualche scolo nei paraggi fino al fiume Irminio.

La Cappella della Madonna delle Grazie e la casa di Renato Arezzo

La cosa era troppo invitante: al cambio d’acqua successivo, arrivato all’interno della Cappella, vuotò il tegamone, e rovesciò i lupini sul piancito di marmo. A questo punto bastava aspettare, assaggiare di tanto in tanto un lupino, fino a quando non fossero risultati dolci. Non era il massimo dell’igiene, ma la fatica diminuiva, ed in fondo, bastava che gli acquirenti non ne sapessero nulla. Occhio non vede…

Così da quel giorno la produzione dei lupini diventò un affare meno gravoso. La fatica restava nel doverli andare a vendere. La sera il nonno partiva da casa, con un secchio pieno di quei semi gialli immersi in acqua salata, e faceva il giro di varie osterie dove gli avventori, fra un bicchiere di vino e una mano a briscola, biascicavano i suoi prodotti.

Ormai lo conoscevano tutti, e quando entrava nei locali subito si sentiva chiamare: “caruso rammi 5 liri ri luppini”, ragazzo, dammi 5 lire di lupini. Il problema è che lo conoscevano talmente bene che quando uno degli avventori si ritrovò a fare il cicerone per certi turisti arrivati in città, entrando nella Cappella della Madonna lo riconobbe subito: “Talia comu fai a fari i luppini, trarituri!” (guarda come fai a fare i lupini, traditore).

Il nonno non sapeva come fare, e la preoccupazione maggiore era che prima o poi quel signore grande e grosso, magari uno importante, che aveva scoperto il suo segreto, se lo sarebbe ritrovato davanti in una osteria, e lì lo avrebbe svergognato facendogli perdere tutti i clienti. Fu così che le sere successive si avviò al giro di vendita avvilito e impaurito. La prima sera non lo incontrò, la sera dopo nemmeno, ma la terza sera, appena aperta la porta dell’osteria “Maria, Concetta e Rosalia”, delle tre sorelle, lo vide ad un tavolo che giocava a carte.

Qualcuno gridò: “Oh, ca c’è u magu re luppinni” (qui c’è il mago dei lupini), e quel signore alzò gli occhi, lo guardò severamente poi alzò una mano: “Carusu, rammi i 5 liri ri luppini” (Giovane, dammi 5 lire di lupini), facendogli l’occhiolino. Penso che quando, ormai avanti con gli anni, il nonno preparava i lupini (e mi assicurava che ormai li preparava in modo assolutamente igienico), il pensiero gli corresse sempre al quel signore che, comprendendo le fatiche di un bambino, gli sorrideva chiudendo un occhio.

… E poi, dopo anni nonno Turiddu, aprì la mitica Barberia al centro del quartiere degli Archi! “U Varbieri Testarossa” dove suo figlio Giovanni (Alias mio padre) continuò ad esercitare la professione di “Varbieri” (Barbiere).

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