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“Siamo vivi”. A Pozzallo le urla di gioia dei 17 ragazzi superstiti dopo naufragio. Chiusi per mesi senza vedere la luce. VIDEO
15 Mar 2023 13:50
Due mesi di prigionia in Libia senza vedere mai la luce. Le drammatiche testimonianze dei sopravvissuti assistiti da MSF a Pozzallo. Sono i 17 ragazzi superstiti al naufragio avvenuto dinnanzi le coste libiche.
Anche oggi il team di Medici Senza Frontiere (MSF) sta continuando l’intervento di supporto psicologico nell’hotspot di Pozzallo. Durante i colloqui le persone hanno raccontato anche le difficili condizioni di vita affrontate in Libia prima della traversata. Tutti loro, prima di imbarcarsi in mare, sono rimasti due mesi imprigionati in una stanza buia senza mai vedere la luce. Poi minacciati con fucili.
“Un giorno sono venuti a prenderci, ci hanno incappucciato e ci hanno portato sulla spiaggia. Ci hanno puntato i fucili addosso e ci hanno fatto salire sulla barca. Dopo qualche giorno di navigazione il motore ha smesso di funzionare e siamo rimasti alla deriva per un giorno e una notte. La barca si è ribaltata a causa del mare grosso e così siamo finiti in acqua” raccontano.
Hanno ricordi ancora molto confusi i superstiti, che riferiscono di non sapere se alcuni dei loro compagni fossero già morti ancor prima che la barca si capovolgesse, perché da giorni non avevano cibo né acqua.
E già avere la possibilita’ di chiamare a casa per dire di esser vivi è quanto di più bello possa esserci. Questo hanno chiesto a Pozzallo i sopravvissuti dal naufragio a nord di Bengasi; altri due di loro sono in ospedale a Modica. “Abbiamo sentito le grida di gioia delle loro famiglie all’altro capo del telefono. Dopo aver appreso la notizia del naufragio tramite social media e messaggi, erano convinti che i loro figli fossero morti. E’ stato un momento molto emozionante”, ha raccontato Marina Castellano, team leader dell’intervento di MSF – Medici senza frontiere – all’hotspot di Pozzallo operato da uno psicologo e un mediatore interculturale.
Tutti tra i 18 e i 25 anni, provenivano da uno stesso villaggio, si conoscevano tra loro. L’unico che viaggiava con dei familiari, ha visto scomparire tra le onde lo zio e il cugino.
“Ci siamo salvati – ha raccontato – perche’ siamo riusciti ad aggrapparci alla chiglia della barca. Tutti gli altri sono stati portati via dalle onde. Io sono rimasto incastrato sotto la barca e ho bevuto tantissima acqua”. Partiti da Tobruk l’8 marzo, prima di essere soccorsi da un mercantile hanno visto un elicottero sorvolare la loro barca. Mentre il mercantile provava a soccorrerli l’imbarcazione su cui navigavano si e’ capovolta e 30 persone hanno perso la vita. Le persone sopravvissute sono ancora molto provate, dice Msf il cui team e’ ancora all’interno dell’hotspot e non ha ancora concluso l’intervento di assistenza ai superstiti.
L’hotspot di Pozzallo al momento e’ pieno. Ieri notte c’erano poco meno di 300 migranti; tra loro 83 donne e 5 nuclei famigliari. Anche il Team di Medu (Medici per i diritti umani) interviene nell’assistenza psicologica e non solo, ma nella struttura di contrada Cifali dove vengono effettuati ingressi periodici. Nel centro di accoglienza di contrada Cifali, vi sono due bambini che hanno 12 e 13 anni. Sono tra i 125 ospiti della struttura – e nella quasi totalita’ si tratta di minori non accompagnati – che e’ una sorta di succursale dell’hotspot di Pozzallo.
Alcuni attendono li’ il proprio destino da circa un mese, non sapendo nulla di com’e’ il mondo al di fuori del perimetro della struttura. Una situazione difficile, dovuta al numero di migranti sbarcati in Italia che rende problematico il reperimento di posti disponibili nelle strutture di seconda accoglienza, dai centri Cas per i richiedenti asilo ai Siproimi (gli ex Sprar) per i titolari di protezione internazionale e per i minori stranieri non accompagnati.

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