RADIO CORTOLILLO

 Fare per fermare il declino: grandi programmi, grandi ambizioni, qualcosa di più in un curriculum e giù in una caduta senza fine. Ma così non la pensano gli aderenti rimasti che sembrano i giapponesi nascosti ancora nel bunker, aspettando la fine della guerra.

Si hanno notizie, addirittura, di una Direzione Nazionale, giudicata ‘drammatica’ dai giornalisti, forse perché c’erano troppo pochi partecipanti. E’ stato approvato un documento, proposto dal nuovo leader, che prevede l’indizione di congressi regionali e nazionale. L’economista Boldrin prende le distanze dal movimento, dopo aver cercato di prenderne le redini, un membro della Direzione tira fuori che, forse, tutti sapevano dei curricula fasulli di Giannino.

Della serie, se litigano i grandi, perché non lo possiamo fare noi: giochiamo alle beghe di partito.

 

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Pare che qualcosa si muova subito per far sì che venga rivisto il progetto della TAV, estremamente costoso e dall’utilità incerta. 156 grillini, eletti al Parlamento, parteciperanno ad una manifestazione in Val di Susa.

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Sempre da fonti del PD, pare che esistesse una regola, non scritta, non diffusa, ma nota a molti dirigenti del partito che mai si sarebbe dovuto scegliere un leader proveniente dall’Emilia Romagna, che è stata sempre un collettore di voti per il partito, ma, a ben guardare, sempre avara di dirigenti e uomini di governo.

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Si legge di tutto a proposito delle tesi che sconsigliano una qualsiasi collaborazione, in Parlamento, con Grillo. Per qualcuno si corre il rischio di cadere in una pericolosa deriva populista. E si citano come sagge queste parole. “Si è presentato come l’anti-partito, ha aperto le porte a tutti i candidati, ha dato modo a una moltitudine incomposta di coprire, con una vernice di idealità politiche vaghe e nebulose, lo straripare selvaggio delle passioni, degli odi, dei desideri. E’ divenuto così un fatto di costume, si è identificato con la psicologia antisociale di alcuni strati del popolo italiano”.

Ma queste parole sono riscoperte, non sono riferite a Grillo. Si tratta di uno scritto di Antonio Gramsci, che sull’Ordine nuovo del 26 aprile 1921, ragionava sul nascente fascismo.  Chi le ha tirate fuori lo fa per evidenziare che oggi Bersani, Berlusconi e Monti hanno una enorme responsabilità e a loro spetta non seguire le orme di socialisti, popolari e liberali del tempo in cui Gramsci scriveva. Quando ognuno di quei partiti, temendo di perdere consenso se si fosse alleato con gli altri, aprì la strada al movimento mussoliniano, nato a sinistra e rapidamente virato a destra.

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Ma non mancano aperture inaspettate al comico genovese, come quella di un editoriale odierno, a firma di Ernesto Galli della Loggia, sul Corriere della Sera. L’insigne editorialista punzecchia quanti accusano di populismo Grillo e quanti lo hanno votato. E per dare sostanza alla sua approvazione, con sottile ironia, si chiede e chiede al lettore “quali «sacrifici» hanno compiuto l’on. Rosy Bindi, così dire, o il senatore Latorre, in questi ultimi quindici mesi, mentre alcune centinaia di migliaia di italiani perdevano il loro posto di lavoro ?”, e ancora “quali effetti del «rigore» governativo abbiano subito l’on. Bondi o l’on. Cesa, sempre tanto per dire, nello stesso periodo, mentre ottocentomila famiglie italiane chiedevano la rateizzazione delle bollette della luce e del gas che non riuscivano a pagare ?”. E continua: “erano populisti anche i sovrani inglesi quando decidevano, durante la Seconda guerra mondiale, di restare a Buckingham Palace, nel cuore della Londra colpita ogni notte dai bombardieri della Luftwaffe ? o forse erano populisti – e va da sé della peggior specie – anche i membri dello Stato Maggiore tedesco che nell’autunno del ’42 decidevano di consumare alla mensa di Berlino lo stesso misero rancio che a qualche migliaia di chilometri di distanza consumavano i loro commilitoni assediati senza speranza a Stalingrado ? ”

Per Galli della Loggia,  le classi dirigenti vere, nei  momenti difficili, cercano di mettersi allo stesso livello della gente comune, di condividerne pericoli e disagi, e in questo modo di meritarne la fiducia.

Il rovescio della medaglia è che “il populismo non è «propositivo», invoca comportamenti diversi, denuncia ingiustizie e latrocini, insiste sulla moralità e sulla qualità delle persone, ma non suggerisce programmi di misure strutturali”.

E conclude asserendo che il voler mandare a casa un’intera classe politica costituisce un obiettivo politico, un ambizioso programma elettorale, nei confronti di una classe politica che, in venticinque anni, non ha saputo mettere in prima fila una sola faccia nuova, che ancora oggi vede da un lato un vecchio leader 76enne  e dall’altro un partito, il Pd, che alla candidatura di Matteo Renzi ha saputo opporre solo la rabbia antiriformista dei vecchi oligarchi tardoberlingueriani alleati con i giovani turchi dell’apparato.

In definitiva, conclude che  “c’è stata una classe politica chiusa nella supponenza delle sue chiacchiere e nell’impotenza del suo finto potere, che non ha voluto prendere atto che c’è un’Italia, sempre più numerosa, che non ne può più, né di lei né dei suoi partiti, e si è affidata a una sorta di fool , di «matto», di buffone shakespeariano, l’unico capace, nella sua follia, di dire ciò che gli altri non potevano.

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Fra le ambasce della formazione di una maggioranza stabile, qualcuno cerca di stemperare la tensione con considerazioni più leggere, che, però, a qualcuno leggere possono non sembrare.
Per esempio, si fa notare come Silvio Berlusconi, fra alti e bassi, nei suoi vent’anni di attività politica, abbia, comunque, causato il tramonto politico di molti leader : Martinazzoli, Rutelli, Occhetto, Segni, Dini, D’Alema, Veltroni, Follini, Di Pietro, Ingroia e Fini. Per ora, all’orizzonte, come un sole calante, resiste solo Casini. Tutto il resto è buio.

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Non contenti delle toppate, ormai consuete del pomeriggio dell’apertura delle urne, non contenti di non aver, sostanzialmente, previsto nulla di minimamente vicino agli esiti elettorali, gli istituti demoscopici continuano a sfornare dati; ora si buttano, sui flussi elettorali.

Ha colpito un risultato della SWG che più che una analisi, sembra una salomonica diagnosi: i voti di grillo sono arrivati per il 30% dal PD, per il 30% dal PDL, per un altro 30% dagli indecisi. Semplice semplice.

 

Principe di Chitinnon

 

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