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Psicologia della comunicazione: chi ha ragione tra Ranucci e la Rai?
03 Set 2026 08:37
La rubrica dello psicologo, a cura di Cesare Ammendola
Piccola psicologia delle tribù mediatiche, tra Report, il governo e la fede incrollabile di ognuno nella propria verità.
Non spetta a uno psicologo stabilire chi abbia ragione tra Ranucci e la Rai, tra Report e chi lo critica dai palazzi del potere: sarebbe come chiedere a un ornitologo di decidere se ha ragione l’aquila o il topo. Ognuno recita la propria parte in un copione più antico di entrambi. Ma sulla psicologia della comunicazione, su come ci si divide in tribù, su come si costruisce il nemico perfetto, un ragionamento, quello sì, possiamo permettercelo.
La prima cosa che la psicologia sociale ci insegna è che l’essere umano non sopporta l’ambiguità: preferisce un torto netto a una verità sfumata, perché la sfumatura richiede fatica cognitiva, mentre la tribù richiede solo appartenenza. Così, davanti a ogni scontro tra un giornalista d’inchiesta e un’istituzione, il pubblico si divide non secondo i fatti (che spesso nessuno ha davvero verificato) ma secondo l’identità: chi si riconosce nella difesa del servizio pubblico “sotto attacco”, chi si riconosce nel sospetto verso un certo giornalismo ritenuto compiacente con se stesso. È il fenomeno che gli psicologi che parlano bene chiamano “motivated reasoning”: non cerchiamo la verità, cerchiamo conferme a ciò che già crediamo, e la accogliamo con il sollievo di chi ritrova casa. Bias di conferma ossessivo-compulsiva …
E qui il paradosso più interessante, quello che vale la pena osservare con un minimo di distacco: Report non è Ranucci, e Ranucci non è Report, eppure li trattiamo come sinonimi, sia chi difende sia chi attacca. È una fusione psicologica comune a ogni trasmissione costruita attorno a un volto: il format si identifica con il conduttore fino a dimenticare che, storicamente, era il contrario a essere vero. Lo dimostrò Milena Gabanelli, che lasciò Report e Report, sotto altra guida, continuò a esistere, a fare inchieste, a far discutere. Segno che l’inchiesta, quando è ben strutturata, sopravvive al singolo nome che la firma: è il metodo che conta, non il volto che lo racconta declinandolo in video.
C’è poi una domanda scomoda, che una redazione abituata a scrutinare le vite altrui raramente rivolge a se stessa: le scelte personali, le frequentazioni, le amicizie di chi conduce un programma di inchiesta possono, paradossalmente, prestare il fianco proprio a quel tipo di scrutinio che quel programma applica ad altri? È una domanda che Report stesso, se applicata a un politico o a un manager, non esiterebbe a porre. Non è un’accusa, nessuno scriverebbe qui una sentenza, e resta doveroso ricordare che chi conduce quel programma è stato anche vittima di un attentato, fatto che nessuna polemica dovrebbe far passare in secondo piano. Ma è un esercizio di coerenza che la psicologia chiamerebbe “bias di conferma asimmetrico”: giudichiamo gli altri con un metro che raramente applichiamo a noi stessi.
La verità, probabilmente, è meno eroica di entrambe le narrazioni: né il servizio pubblico è un monolite ostile alla verità, né chi lo critica è per definizione difensore di chissà quali interessi occulti. Sono tribù che si sono raccontate a vicenda come nemiche perché il conflitto vende meglio della complessità, e i social (quell’enorme cassa di risonanza dove ogni opinione trova il proprio pubblico affezionato) hanno reso l’ammissione dell’errore un atto quasi eroico, perché costa consenso, e il consenso, oggi, è la valuta più temuta di perdere.
Forse la vera notizia, quella che nessuna delle due tribù ha interesse a dare, è che ammettere un torto, piccolo o grande, di chi conduce come di chi governa, non è una sconfitta, ma l’unico gesto che potrebbe restituire dignità a un dibattito pubblico che ha smesso, da tempo, di cercare la verità per accontentarsi di vincere. In un infinito psicodramma all’italiana nel quale a perdere alla fine siamo tutti noi.
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