“Pane, Lavoro e Festa con il Signore” di Luciano Nicastro

Non so se qualcuno ha mangiato mai il pane di Giarratana. Non solo è buono ma costituisce il centro di ogni tavola,il cuore e l’accompagnamento di ogni festa come a S.Croce, a Monterosso, a Ibla. Il Pane rappresenta non solo il nutrimento materiale e spirituale,è pane di vita ma anche simbolo del sudore,della fatica e del lavoro di ogni uomo come la rosa rappresenta la bellezza della donna e la sua dolce armonia come segno di gioia e di amore. In ogni festa religiosa e civile del passato tutto era unito,fede e cultura, pane e rose,sacro e profano,senso della festa come approdo della fatica quotidiana speranza e certezza. Ormai non è più così il pane ha perduto il suo sapore materiale e spirituale,e la festa si è disgregata,è diventata quotidianità come il pane è diventato solo di oggi,non è più buono come il pane di ieri che era pane di casa,pane della festa anche perché una volta la felicità poteva essere data da un pezzo di pane e dell’Uomo si poteva dire che era buono come il pane ed ogni festa era festa del pane e poi del companatico. Era gioco collettivo con la sua anima. Ormai il corpo della Festa è stato separato dall’anima. Non danza più il corpo con la sua anima né l’anima con il suo corpo,né il pane con la vita dell’uomo e le rose non adornano le ragazze nel giorno di festa. Sono diventati due personaggi “estranei” sia il corpo che l’anima,sia il pane che la festa. Nell’attuale società dei consumi, della indifferenza e del lavoriamo la festa religiosa è lo specchio di questa realtà. Ha perduto l’anima e la caratteristica del cuore di popolo ed ha assunto la funzione di promozione turistica. Il fatto culturale ed etnologico, pur importante, veicola altri messaggi ed altri valori. La festa ha assunto un altro carattere simbolico e rituale: l’alienazione dalla fatica del lavoro e dal malessere  del vivere vuole che la Piazza ritorni ad essere luogo e agenzia di profonda e sincera socializzazione. Bisogna ritrovare, dopo averla perduta, la matrice originaria della Festa e della speranza umana. Ognuno di noi deve riscoprirla in sé stesso, nella sua coscienza e nella sua vita quotidiana di relazione, sin dal suo primo “grido” esistenziale e incominciare a sorridere, a parlare, a cantare e a pregare, ad elevare un inno alla Gioia, un inno a Cristo sorgente della vita nuova e di ogni vera festa. Questa è la lezione del PANE della Festa, una lezione di spiritualità e di trascendenza, il disvelamento del cuore “religioso” della Festa del popolo. La Festa è per i cittadini dallo spirito non sonnolento dallo spirito vigile e inquieto e per questo incarnato in un corpo ed in una comunità che attraversa ogni confine ed ogni stereotipo per realizzarsi in autenticità e fraterna gioia. Bonum est diffusivum sui anche a Giarratana,a Monterosso,a S.Croce,… La Festa non è il farmaco della felicità ma una sua aspettativa simbolica, una promessa ed un pegno, una speranza ed “un sorso” di felicità possibile a portata di tutto il popolo che deve poter attingere alla sua fonte suprema, alla sua purezza infinita, alle stelle del cielo. Le feste religiose sono rivelative della cultura  di un popolo, delle sue sensibilità e del suo modo di vivere e di pensare, della sua personalità collettiva. Vanno prese sul serio ma liberate da sovrastrutture anacronistiche e contraddittorie. Il tema della Festa ci avvicina al significato profondo della vita e del lavoro, al nocciolo segreto della vita di relazione. Nel cuore dell’esperienza di festa si coglie l’aspirazione dell’umanità ad una gioia senza fine, a quella che Cristo chiamerà “una vita abbondante”. E’ uno sguardo profondo che rivela “l’attesa” della Festa come matrice delle attese senza fine nelle quali è immersa la nostra vita. Aspettiamo la felicità, vogliamo far festa. E’ venuto il Salvatore. E’ qui la festa?! Senza Dio la festa perde le ali per volare, il cuore per amare, il suo significato veramente “popolare” e diventa “duale” (civile e religioso!).  Il rito “laico” e individualista di una folla rumorosa non festosa “dentro”, ma “fuori”: con molte bombe e poca compassione prevalentemente il nostro culto esterno. Una festa “ad una dimensione”, lacerata e superata dallo spirito e dai sentimenti “non negoziabili” né “commerciabili”. Diventa e assume il tono simbolico e reale di un bel mercato delle godurie. Nella Scrittura è significativa “l’unità” della festa come nella parabola del figliol prodigo. Il pranzo con il vitello grosso è legato alla gioia per il ritorno del figlio, alla gioia dello spirito che perdona. “Allora Dio nel settimo giorno portò a termine il lavoro che aveva fatto e cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro…” (Genesi 2,1-3). Dopo i sei giorni della creazione, dopo aver creato l’uomo, nell’universo mancava il riposo. Il riposo (dalla parola ebraica “memukà”) è una invenzione e un dono di Dio. Non significa solo astensione dal lavoro e da ogni sforzo, ma felicità, silenzio, pace, armonia, vita piena e retta. La creatura creata nel sesto giorno è relegata nel limite della imperfezione. Nel settimo giorno, l’uomo con il riposo, entra nell’orizzonte di Dio, nella sua perfezione e pregusta il riposo definitivo e perfetto della comunione eterna con Dio. Il riposo è un preludio della gioia con Dio: “Il Signore è il mio Pastore, mi fa riposare in verdi pascoli, mi conduce ad acque tranquille” (Salmo 76). Con Gesù il riposo è vita piena e abbondante, diventa partecipazione alla vita di Dio e non solo necessità fisiologica umana. Dopo i giorni del lavoro e della fatica il giorno della festa e del ringraziamento. Dopo i sei giorni per l’utile il settimo giorno per l’inutile, per il gioco, per la festa. La dimensione ludica, come ci ha insegnato J. Huizinga nel suo “homo ludens” è la cifra dell’uomo ma anche la sua vocazione essenziale e trascendente. Come ha scritto Franco Totaro, filosofo morale, in “Non di solo lavoro” (Vita e Pensiero) il lavorismo ha fatto tanto male all’uomo e alla spiritualità del lavoro. Il flessibilismo “ideologico” con il suo carattere di usa e getta disgrega il senso positivo del lavoro ed il nesso con la Festa e con l’esistenza. La festa è un inno alla vita e alla libertà, alla felicità e all’amore attraverso la condivisione della gioia sociale nella Piazza perché è una realtà di luce e musica, è la manifestazione dell’homo ludens che ai giorni del lavoro fa seguire quelli della festa e del ringraziamento. La festa per i cristiani è il giorno della Resurrezione, con il Signore e con i fratelli nella quale è doveroso gioire con chi gioisce, soffrire con chi soffre. La festa non è un semplice passatempo ma un impegno sia “corale” che personale, una risposta “visibile” ad interrogativi di fondo dell’uomo e della Società in un preciso contesto socio-storico.

La Festa nella modernità ha assunto un modello “duale” e sguardi di approccio molteplici (tradizione, folklore, socializzazione e coesione civile). Nella festa però esplodono anche le inquietudini dell’uomo navigatore e della società del malessere. La Festa è la metafora della navigazione umana nella vita e del suo approdo finale: il ritorno nella casa delle delizie, nella Casa del Padre. La Festa è la vocazione dell’esistenza cristiana! siamo stati liberati dal peccato per un banchetto di Festa, per condividere una gioia senza fine. “Accettare Cristo vuol dire accettarsi eterni!” (Piero Balestro). Dopo la Resurrezione di Gesù Cristo la domenica  è diventata la festa non solo dell’individuo ma della persona, della famiglia e della società perché è la giornata del perdono reciproco, della riconciliazione con Dio e con i fratelli nel nome dell’amore che vince tutto e supera tutto. “C’è più festa in cielo per un peccatore pentito che per trentanove giusti”. Il Dio dei cristiani, giudice buono e misericordioso è venuto a fare festa con gli uomini. Piero Balestro cita Nietsche che rimproverava “la tristezza” dei cristiani che come figli del Risorto dovevano amare la vita e la gioia ed invece predicavano la morale della rinuncia, la morale degli schiavi.

Voglio concludere con un preghiera da me modificata. “Padre Santo, come il figliol prodigo, mi rivolgo alla tua misericordia: Continuo a peccare contro di te. Non sono ancora degno di essere chiamato tuo figlio. Cristo Gesù, Salvatore del Mondo, che hai aperto al buon ladrone le porte del Paradiso, ricordati di me nel tuo Regno. Spirito Santo, sorgente di pace e di amore fa’ che, purificato da ogni colpa e riconciliato con il Padre io cammini sempre d’ora in avanti, ti prego, come figlio della Luce e della Festa, del Perdono e della Resurrezione, come figlio della Domenica del Signore. Scendi dal cielo e “vienimi a cercare” (Fabrizio De André).

Diceva il poeta tedesco Hőlderlin che con il silenzio degli dei è cominciata “la notte del mondo”. Essa è stata segnata da due eventi: “la morte di Dio” di Nietzsche e “la morte dell’uomo” di M. Foucault. Con la Resurrezione di Cristo è venuta nel Mondo degli uomini la libertà dei figli di Dio, è finito il lungo dominio del silenzio rumoroso delle cose degli animali e degli uomini. Cristo ha portato l’ora della gloria, della redenzione, della gioia. Ha donato la Parola e il Pane della vita. Non c’è più il silenzio di Dio denunciato dai Profeti per la cattiveria degli uomini, ma c’è Dio che nel silenzio è invocato, che nei canti e nelle persone è amato e nelle feste è adorato e osannato. Dio è tornato a passeggiare con l’uomo e “a danzare la vita” con lui in ogni Domenica, in ogni Festa religiosa con i santi che sono la benedizione di Dio e a mangiare a tavola con gli uomini il pane eucaristico in un inno corale. Come canta Fiorella Mannoia possiamo dire ogni domenica che “Il cielo di Irlanda è Dio che suona la fisarmonica”.

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