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NELLE PIEGHE DELL’ESISTENZA, “VUOTI D’ARIA” DI MICHELE GIARDINA
01 Mag 2014 10:12
Vuoti d’aria (Prova d’autore, 2014), il nuovo romanzo di Michele Giardina, è costruito in un tessuto narrativo che si avvale dell’intreccio, del linguaggio connotativo, quello che riguarda, in senso stretto, l’invenzione del racconto; e del linguaggio denotativo, quello giornalistico – svelto, fluido -, che invece riguarda la comunicazione ovvero, come in questo caso, il fatto di cronaca.
Dal loro intrecciarsi e fluire insieme deriva l’architettura narrativa, nella quale si appreza il “discorrere” intorno a personaggi talora alter ego dell’autore, in specie quando lo “sostituiscono” nella scena compromessa e ferita dell’esistenza. Dunque, Giardina, nelle situazioni narrative di questo suo libro è ora l’attore (discreto o nascosto), ora il “novellatore”, colui che inventa e si inventa, non solo dall’interno della cronaca, ma dall’interno, spesso dolente, della vita. Anche della propria! E ne comprendiamo il rovello e la forza morale, l’equilibrio che è proprio dell’uomo Giardina, specie se parla di sé in certe sue sfumate allusioni, quasi non voglia pesare sul lettore; ecco, allora egli sa bene come affidarsi al filo discreto dell’autobiografia (che mai scade nell’autobiografismo), oggettivandosi però nei personaggi che tengono la scena della vita, particolarmente se si tratti di tenere su la trama delle vicende che reggono il cuore del suo narrare, nel quale è evidente il fascino della fattura, direi lo sguardo acuto e indulgente nel disporre e seguire le azioni o, se si vuole, il teatro dei suoi personaggi: alcuni commedianti, altri spettatori, altri ancora figure o comparse alla ricerca di sé pur tra gli inganni della vita e nel dolore di una insopportabile esistenza avversa, quale per esempio quella dei migranti (di casa ormai nella sua e nostra Pozzallo e così bene descritti dall’obiettivo di quel maestro della fotografia che è Massimo Assenza, autore della copertina del libro), i quali finiscono per essere la nostra cattiva coscienza: ce ne fanno avvertire il peso, il disagio, lo smarrimento, insomma il disperato dolore di chi nella vita ha perso ogni punto di riferimento e resta in balìa dell’ “altro”, che però non sempre è la prossimità, così come è stato in balìa del mare fagocitante. Tutto ciò, anche dato sotto forma di notizia, ha un suo cuore che tocca il cuore del lettore. Altre volte è l’ironia critica a farla da maestro: è quando lo scrittore affronta l’ambiguità di una certa politica e la carenza di senso civico, che rasenta l’assenza di umanità, nel nome di un pressappochismo di comodo, cioè opportunistico, e quindi strumentale, che l’autore mette in discussione e respinge, sottolineando come sia indispensabile, in politica, l’etica. Non c’è forse êthos nella pagina evangelica? In tutto questo, la prosa di Michele Giardina procede per rinvii e aperture, con andamento qualche volta sinuoso, ora pacato ora arguto, della memoria esistenziale, anche se non mancano certe impennate del registro ironico-provocatorio che apre alla polemica civile.
Nel complesso, si seguono sempre con curiosità e interesse pensieri, riflessioni, azioni, personaggi che si combinano in armonia o si intersecano con naturalezza. Certo, è necessario, prima di tutto, individuare l’idea del libro, meglio: la sua origine. Che è sicuramente nata da diverse motivazioni assemblate nel tempo, da quelle medico-scientifiche a quelle esistenziali e socio-storiche, che dànno alla pagina un timbro talora saggistico. O forse è proprio per questo che il racconto lungo di Giardina si colloca fuori dal filone di tanta narrativa attuale: cosa, a nostro parere, assolutamente positiva, specie là dove l’autore documenta, in modo sottile, le dissonanze della vita.
Il merito dell’autore è di aver saputo dimostrare come un racconto “personale” possa diventare un dialogo col mondo. Nel congedo dai lettori egli si chiede e chiede: – Eroi? Chi sono? E come hanno fatto per entrare nalla lista della storia?… –
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