Ma perché ce l’hanno con Sinner?

La rubrica dello psicologo, a cura di Cesare Ammendola

Emozioni. Tu chiamale se vuoi. 

Non è facile interpretare la psicologia collettiva del fuoco e delle delusioni. Anche quando è ovvia e però contorta nello stesso tempo. È una questione che direi, più che antropologica, gastrointestinale.

Il rifiuto di Sinner alla Davis fa discutere il mondo distopico dei social e quello spaesato dello sport.

Il ragazzo ha spiegato che ha scelto di prepararsi bene e dedicarsi all’Atp per provare a tornare numero 1, recuperando punti su Alcaraz. Ci sta.

La polemica sulla decisione, sua e del suo team, di saltare le finali di Coppa Davis a novembre ha resuscitato le filippiche contro l’italiano imperfetto (a differenza di noi italiani perfetti, luminari del padel del sabato), l’italiano di montagna che però non parla napoletano ma tedesco, risiede a Montecarlo e non paga le tasse in Italia, non ha accettato l’altro anno il secondo invito di Mattarella e non è particolarmente caloroso ed esuberante e gesticola pure troppo poco e, a differenza di ciascuno di noi, non ha rifiutato i sei milioni di premio nella esibizione araba. A differenza di ciascuno di noi.

Il dibattito sulla sua assenza dalla Nazionale infuria su tutte le bacheche dell’indignazione. 

Jannik ha motivato incontrando ragionevolmente il buon senso e il sostegno di molti che non trascurano l’essenziale che è invisibile alla pancia: il prestigio che lo sportivo regala all’intero movimento. Peraltro, la terza Davis non è una mission impossible per il brillante team di Volandri. Sinner è banalmente un vero orgoglio italiano, è un campione che tutto il mondo ci invidia. Tutti alle premiazioni sanno che il ragazzo è italiano. Il tennista elargisce trionfi e gloria con i suoi risultati. E ha bisogno di “riposarsi”. Una settimana tranquilla di preparazione a quei livelli equivale a dieci anni di pilates per un vecchio sgombro come me.

Gli esperti rivelano che la vittoria in uno Slam è un obiettivo prioritario vuoi per Sinner e vuoi per il prestigio dell’Italia intera, nel confronto severo con un trofeo un po’ sgualcito e pallido che ha perso parte del suo appeal.

Sull’altro fronte, in molti dicono che sia una questione di rispetto nei confronti della Nazione e che bisognerebbe proteggere e riaccendere il valore della maglia azzurra. Ma il tennis non è il calcio, non dimentichiamolo.

La maglia azzurra che preferisco è quella indossata da un italiano che, grazie alla migliore preparazione, torna ad essere il numero 1 al mondo. Agli occhi del mondo. In un tricolore acceso più dai colori della comprensione e meno dalle tinte dell’ipocrisia.

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