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Lotta contro la violenza verso le donne: è soltanto retorica?


La rubrica dello psicologo, a cura di Cesare Ammendola

“Houston! … qui Ragusa.”

Non è elegante scrivere le parolacce nella rubrica settimanale di una garbatissima testata giornalistica on line. E tuttavia la tentazione sarebbe forte. Fortissima.
Che senso hanno gli sforzi di tante donne, docenti, genitori, psicologi?
Un’immagine rende più di mille brutte parole. Questa dice tutto. È gelida e acre. Provate a ricostruirla, se vi va.
Una donna con la mascherina rossa e il vestito rosso prende la parola: “Questo Parlamento è trasversalmente e profondamente impegnato nel promuovere azioni strategiche per ripudiare qualsiasi forma di violenza contro le donne.”


Non è una donna qualsiasi. È Elena Bonetti, ministra per le Pari Opportunità.
Non è un luogo qualsiasi. È la Camera dei Deputati.
Non è un giorno qualsiasi. Dopo due giorni (oggi, 25 novembre) si sarebbe celebrata la Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.
Non è un’occasione qualsiasi. È il giorno in cui si discute la mozione contro la violenza sulle donne.
Un tema cruciale. Definitivo. Prioritario.

Ogni giorno, in Italia, 89 donne sono vittime di reati di genere, commessi soprattutto da mariti e compagni, nel 34% dei casi (oppure dagli ex). Le donne sono vittime di atti persecutori e abusi di ogni forma (psicologici, fisici, sessuali). Fino ad arrivare al femminicidio. I femminicidi sono in aumento dell’8% rispetto al 2020.
Ergo, è un tema molto presente soprattutto nel main stream della retorica politica e social.

Torniamo alla nostra immagine. La ministra parla alla Camera dei Deputati alle 15.30: “Questo Parlamento è trasversalmente e profondamente impegnato nel promuovere azioni strategiche per ripudiare qualsiasi forma di violenza contro le donne.”
A un tratto solleva lo sguardo. Il vuoto cosmico. Di 630 deputati (uomini e donne), ne sono presenti soltanto 8. E il numero 8, come per una vergognosa sinossi della denuncia, stride con il numero 108, la cifra dell’abisso: le donne uccise da inizio anno. In uno degli interventi dei pochissimi presenti il numero 108 riecheggia nel silenzio dell’Aula. L’assenteismo di massa è sempre deplorevole. Ma in alcuni giorni l’assenza ha anche ineluttabilmente un valore simbolico. Sul piano della comunicazione, è una drammatica e plastica rappresentazione della verità negata. Una ferita. L’ennesima ferita di una apparente indifferenza. Verso le donne. Da parte di chi dice di lavorare strenuamente per difenderle. Ma rischia di rivelare una cosa ben più triste: la retorica edificante delle “scarpe rosse” a volte può essere strumentalizzata retoricamente per anestetizzare l’urgenza delle azioni concrete e veramente sentite. Nella chiave perfida e sottile di un atteggiamento “consolatorio”.

Ha un senso rispolverare ciclicamente le parole nobili e gli ammonimenti di una campagna di sensibilizzazione? Ha un senso farlo nel deserto dell’insensibilità o della superficialità di chi dovrebbe invece legiferare e investire risorse di ogni genere intese a contrastare i fenomeni psico-sociali più esecrabili?
La Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne è stata istituita assumendo che la violenza contro le donne sia una violazione dei diritti umani. Coincide con qualsiasi atto di violenza per motivi di genere che provochi o possa verosimilmente provocare danno fisico, sessuale o psicologico, comprese le minacce di violenza, la coercizione o privazione arbitraria della libertà personale, sia nella vita pubblica che privata.

Sotto questa luce, assume per me un significato profondo e rilevante anche la definizione di violenza psicologica. Essa include ogni forma di abuso che lede l’identità della donna:

  • gli attacchi verbali (la derisione, la molestia verbale, l’insulto, la denigrazione), volti a convincere la donna di non valere nulla, allo scopo di esercitare più facilmente un controllo su di lei,
  • le minacce verbali di abuso, aggressione nei confronti della donna e delle persone a lei care,
  • le minacce ripetute di abbandono, separazione, divorzio, e la scelta di un’altra partner (se la donna non asseconda precise richieste),
  • l’isolare la donna, l’allontanarla dalle relazioni sociali di sostegno (o impedirle l’accesso alle risorse economiche), al fine di ridurre e limitare la sua autonomia e indipendenza,
  • la gelosia ossessiva, nella forma di un controllo eccessivo (accuse continue di infedeltà e controllo costante delle sue frequentazioni),
  • il danneggiamento degli oggetti di proprietà della donna,
  • la violenza sugli animali a cui la donna è legata.

Ovviamente, quando ci riferiamo alla violenza psicologica, non alludiamo a un momento di rabbia momentaneo, che porta a parole provocatorie o sprezzanti, ma a un tormento costante e intenzionale inteso a sottomettere la persona (per mantenere il proprio potere e controllo su di lei).
Io credo che esista infine una forma involontaria, più simbolica (e fortunatamente lieve e superficiale), di violenza psicologica nei confronti delle donne che hanno subìto violenza: costringerle ad assistere ad uno spettacolo malinconico e desolante. Quello di una donna vestita di rosso che racconta la tragedia in un teatro greco delle assenze.