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L’onda del Green Pass e il rischio di uno tsunami psico-sociale


La rubrica dello psicologo, a cura di Cesare Ammendola
“Houston! … qui Ragusa.”

Arriva il 15 ottobre. La data fatidica. È allarme violenza. Le tensioni attraversano i presìdi e i cortei (non sempre autorizzati) contro il green pass obbligatorio. Dapprima le minacce ricevute in strada da medici (noti e meno noti). Ora le aggressioni contro i sindacati fanno salire il livello di allerta al Viminale (e non solo lì). Recenti episodi di intolleranza hanno colpito anche alcuni cronisti nel corso delle manifestazioni di protesta contro le misure assunte dal Governo.

I fatti di cronaca assomigliano a un’escalation. Monta la rabbia. I blocchi effettuati e gli scioperi annunciati, e altri blocchi annunciati che creerebbero gravi disservizi pubblici in alcune città, colpendo molti cittadini incolpevoli. Sulle chat e sui social network si rincorrono insulti e minacce ai danni di politici e virologi. Su alcuni canali social si invita alla caccia all’uomo contro politici e medici, eletti quali bersagli da subissare di messaggi (e compaiono online gli indirizzi e i numeri di telefono di dottori e politici che vengono presi di mira). Il Paese sembra dilaniato a tratti da uno sfondo psicologico d’odio incontenibile. E stiamo rischiando che la situazione sfugga di mano.

Alla luce di queste velenose premesse, l’entrata in vigore del lasciapassare verde si annuncia complessa e quanto mai insidiosa. Il clima è sulfureo e a tratti esplosivo.
Al netto di qualche strumentalizzazione, non è necessario vedere un disegno dietro queste aggressioni o una regia unica intesa ad alzare il livello del conflitto. Innumerevoli cittadini sono ovviamente in buona fede e, nel rispetto di un galateo civile, si dicono preoccupati per la “svolta autoritaria” che si annida dietro il Green Pass e la sua indole di “ricatto psicologico un po’ ipocrita e poco coraggioso”.

Ma cosa succede quando la legittima e sana voglia di manifestare ed esprimere disaccordo si tramuta in violenza verbale o fisica o in una forma di disobbedienza civile che travalica il perimetro della legalità?
La mia lettura è radicale: la rete è all’origine di questa nuova forma latente di “eversione”. Esiste una nuova specie di cyber integralismo complesso e specifico a cui i manuali di psicologia dovranno dare un nome nuovo e una definizione inedita. Io provo a chiamarlo qui banalmente “integralismo digitale”.
Sono convinto che stiamo pericolosamente sottovalutando da tempo lo schema in ossequio al quale i processi riconducibili all’impatto del mondo digitale riverberano sia sugli assetti emotivi individuali e sia sui fenomeni sociali.

La rete non intercetta e riflette la frustrazione. Non si limita a contenere sentimenti pre-esistenti del soggetto. La rete non raccoglie e restituisce la rabbia. La crea, la amplifica e la getta via, vomitandola sulla piazza reale. La meccanica dei social non si limita a contribuire lateralmente ad alimentare in misura ulteriore le dinamiche intrapsichiche individuali e le proiezioni psicosociali di gruppo. Le genera. Le concepisce. E dopo una gravidanza lunga e intensa e profonda, le partorisce ordinatamente e solo in apparenza in modo casuale e caotico. Invero, direi persino “militare” e disciplinato, anche quando viscerale e scomposto in superficie.

Ognuno di noi ha una biografia parallela nel web (chi più, chi meno, chi in una forma, chi in un’altra e con diversi gradi di consapevolezza). Le nostre giornate comprendono anche il tempo consumato e sperimentato più o meno virtuosamente nei social (WhatsApp, Facebook, Instagram, Twitter, Telegram e più in generale, direttamente e indirettamente altri luoghi del Web). Se pensiamo che questa seconda vita non determini e allevi in noi una seconda psicologia, ci illudiamo. I processi della comunicazione, a mio avviso, contribuiscono a determinare l’esasperazione dei toni e la radicalizzazione delle reciproche posizioni.

Credo che appunto due ingredienti avvelenino la grammatica delle relazioni e generino una chimica della incomunicabilità violenta in questa sorta di Babele digitale (creata in laboratorio).
Il CONTAGIO: l’algoritmo dei social e la fisionomia profonda del Web più in generale sono centrati sul singolo utente e impostati in modalità “ti mostro continuamente ciò che vuoi sentirti dire”. E così veicola informazione (o contro-informazione o disinformazione) in grado di acuire in modo subliminale e parossistico le divisioni, completando così un paesaggio scisso in vere e proprie sette in cui ritrovarsi e chiudersi.
La PROIEZIONE: il codice dei social non lascia spazio alla possibilità di esprimere pacatamente le proprie emozioni e le fragilità più autentiche e induce a citare compulsivamente oggetti esterni (totem, guru, scienziati, ricerche, studi, ultimissime scoperte, fatti di cronaca …) e a riversare ogni cosa addosso all’interlocutore, nella forma di un’aggressione o squalifica più o meno esplicite.
Le pulsioni e le istanze più aggressive si rinforzano circolarmente in ambienti chiusi ed esclusivi del web: gruppi, chat, siti nella forma di disinformazione (o informazione parziale e unilaterale), caricamento emotivo, rafforzamento reciproco, coesione, appartenenza, costruzione del “nemico”, consolidamento e sclerotizzazione di convincimenti esasperati, quando non distorti, traducibili sovente in autentici sensi di oppressione e persecuzione e sopruso (agiti da “enti esterni”) che motivano nella direzione di legittime ribellioni e disobbedienze.

La piazza è solo la conseguenza, è il luogo di un secondo appuntamento. Il primo contatto, quello decisivo e trascinante, è quello sul social. È il primo lungo contatto pre-eruttivo. Già da tempo abbiamo fatto ingresso in un’era nella quale il primo appuntamento troppo spesso avviene in una piazza virtuale, dalla quale possono nascere realmente sia il paradiso che l’inferno.

Cesare Ammendola