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LE BONIFICHE IN ITALIA: CHIMERA O REALTÀ?
05 Feb 2014 19:32
È stato presentato da Legambiente il dossier “Bonifiche dei siti inquinati: chimera o realtà?” sullo stato dei siti contaminati nel nostro Paese.
Negli ultimi decenni sono stati individuati migliaia di ettari di territorio inquinati in modo rilevante a cui però non sono seguiti gli interventi di bonifica sperati per ritardi cronici ed “interessi” sia nel pubblico che nel privato. In particolare sarebbero circa 100 mila gli ettari fortemente inquinati ed in attesa dell’attuazione di un piano di bonifica suddivisi in 39 siti di interesse nazionale (SIN) e 6 mila aree di interesse regionale. Basti pensare all’ormai tristemente famosa Terra dei fuochi ed alle altre note realtà quali Taranto, Gela, Marghera ecc…
Nonostante si conoscano bene i danni alla salute ed agli ecosistemi e i vantaggi che ne traggono le organizzazioni criminali e le ecomafie da questo status quo, l’immobilismo estremo sembra essere il comun denominatore nel campo del risanamento ambientale. La situazione si fa più chiara quando a tali ‘anomalie’ fa da cornice un giro d’affari complessivo calcolabile in 30 miliardi di euro.
«Solo in 11 SIN è stato presentato il 100% dei piani di caratterizzazione previsti (è il primo step del processo di risanamento che definisce il tipo e la diffusione dell’inquinamento presente e che porta alla successiva progettazione degli interventi). Anche sui progetti di bonifica presentati e approvati emerge un forte ritardo: solo in 3 SIN è stato approvato il 100% dei progetti di bonifica previsti. In totale, sono solo 254 i progetti di bonifica di suoli o falde con decreto di approvazione, su migliaia di elaborati presentati. Dal 2001 al 2012 sono stati messi in campo 3,6 miliardi di euro di investimenti, tra soldi pubblici (1,9 miliardi di euro, pari al 52,5% del totale) e progetti approvati di iniziativa privata (1,7 miliardi di euro, pari al 47,5% del totale), con risultati concreti davvero inesistenti».
«Sebbene i primi 15 SIN da bonificare furono identificati nel 1998, nonostante le risorse impiegate e le semplificazioni adottate, la situazione attuale è di sostanziale stallo. Caratterizzazioni e analisi effettuate in modo a volte esagerato e inefficace, progetti di risanamento che tardano ad arrivare e bonifiche completate praticamente assenti, a parte qualche piccolissima eccezione. Il Ministero dell’ambiente arranca, dietro alle migliaia di conferenze dei servizi e documenti, intanto i responsabili dell’inquinamento, pubblici e privati, ne approfittano per spalmare su più anni gli investimenti sulle bonifiche. Nel frattempo sono sempre più numerose le indagini sulle false bonifiche e sui traffici illegali dei rifiuti derivanti dalle attività di risanamento. Occorre un vero cambio di passo per fare quello che è stato già realizzato con successo in altri paesi industrializzati» ha dichiarato Stefano Ciafani, vice presidente di Legambiente.
L’ISS (Istituto Superiore di Sanità) ha registrato lo stato di salute delle persone che abitano nei SIN, dove i ritardi e le inadempienze negli interventi di bonifica in territori fortemente inquinati sono cause di molte e gravissime patologie: «Eccesso di tumori della pleura nei SIN con l’amianto (Balangero, Casale Monferrato, Broni, Bari-Fibronit e Biancavilla) o dove l’amianto è uno degli inquinanti presenti (Pitelli, Massa Carrara, Priolo e Litorale Vesuviano), agli incrementi di mortalità per tumore o malattie legate all’apparato respiratorio per le emissioni degli impianti petroliferi, petrolchimici, siderurgici e metallurgici (Gela, Porto Torres, Taranto e nel Sulcis in Sardegna). Sono stati evidenziate malformazioni congenite (Massa Carrara, Falconara, Milazzo e Porto Torres) e patologie del sistema urinario per l’esposizione a metalli pesanti e composti alogenati (Piombino, Massa Cararra, Orbetello, nel basso bacino del fiume Chienti e nel Sulcis). Emergono anche gli eccessi di malattie neurologiche da esposizione a metalli pesanti e solventi organo alogenati (Trento nord, Grado e Marano e nel basso bacino del fiume Chienti), ma anche dei linfomi non Hodgkin da contaminazione da PCB (Brescia)».- Tra i vari siti analizzati nel dossier riporto quello di Gela (CL) dove viene istituito un Sito di Interesse Nazionale (SIN) con la legge 426 del 1998. L’area comprende 5.955 ettari di cui 795 sulla terra e 4.560 in mare. Gli impianti che hanno causato l’inquinamento appartengono a diverse categorie: impianti chimici (ISAF e Polimeri Europa), petrochimici e raffinerie per coking, cracking catalitico, alchilazione (Agip Petroli, Eni); una centrale termoelettrica da 262 MW alimentata a petcoke ecc…
Tra le aree di competenza pubblica spiccano le discariche di rifiuti urbani, le aree marine, le foci dei corsi d’acqua del fiume Gela e dei torrenti Gattano e Acate. C’è poi anche l’area umida della Riserva del Lago Biviere tra le aree pubbliche che presentano maggiori criticità. Il suolo e le acque di falda del Polo Petrolchimico sono le matrici che maggiormente hanno risentito dell’impatto di questi stabilimenti, poiché hanno sversato e messo in circolazione metalli pesanti (arsenico, selenio, mercurio, nichel, piombo, cadmio, ferro e manganese), idrocarburi aromatici, composti clorurati cancerogeni, ammoniaca, benzene, toluene e policlorobifenili (PCB). Non possono essere trascurate inoltre le contaminazioni dell’area marina costiera che, oltre allo sversamento delle acque di processo e di raffreddamento derivanti dalle lavorazioni del polo industriale, hanno manifestato anche la presenza di scarichi civili non depurati e reflui delle attività portuali; inoltre sul territorio insiste una discarica di fosfogessi tra le più grandi d’Europa».
Nel 1990 Gela è dichiarata ad alto rischio di crisi ambientale e nel 1995 è approvato il Piano di disinquinamento che prevedeva 33 interventi a carico dello Stato e 14 delle aziende (ammodernamenti e adeguamento di impianti alla legge 203/88, il mega-camino SNOx per l’abbattimento degli inquinanti dei fumi della centrale termoelettrica e qualche bonifica).
Nel 2000 il Piano è stato commissariato e la sua realizzazione affidata al Prefetto di Caltanissetta. Dal 2010 c’è un Commissario Straordinario ma non si sono avuti risultati efficaci: «l’esperienza siciliana in materia di bonifiche è la prova lampante dell’assoluta inettitudine delle strutture commissariali ad affrontare le problematiche connesse alla bonifica dei siti inquinati e, in generale, all’ambiente» come si legge nella relazione della Commissione Parlamentare di Inchiesta sugli illeciti connessi al ciclo dei rifiuti, XVI Legislatura.
Ministero dell’ambiente: « il 48,9% delle aree risultano in stato di messa in sicurezza, a fronte del 98% di aree per cui è stato eseguito e reso noto il piano di caratterizzazione delle matrici ambientali; per quanto riguarda i progetti di bonifica risultano presentati ed approvati per il 53,4%
delle aree del sito».
I diversi iter riguardanti le indagini ambientali e gli interventi di bonifica risultano in ritardo o non validati (lavori per la messa in sicurezza di emergenza della discarica Cipolla e per la determinazione del grado di contaminazione dei corpi idrici), o soggette a segreto istruttorio (indagini di caratterizzazione dell’area marino costiera); o prive di informazioni sui risultati, indispensabili per pianificare la messa in sicurezza di un sito (discarica di Idrocarburi del Biviere di Gela).
Criticità emerse: «Oltre agli aspetti ambientali, tra le preoccupazioni principali inerenti l’area di Gela ci sono sicuramente gli aspetti sanitari: gli enormi ritardi nell’eseguire una reale bonifica del territorio ha gravemente compromesso la situazione, come emerso anche dallo studio Sentieri (del Ministero della Salute e dell’ISS), che ha evidenziato un eccesso di tumori polmonari, dello stomaco e della pleura. Finché non si provvederà a bonificare l’area e fermare le cause che la inquinano, la situazione non potrà che peggiorare». «Il gruppo Eni per anni ha condotto nel sito di Gela una politica di dismissione degli impianti portandoli a fine vita, rinunciando non solo ad investire in miglioramento della produttività e delle performance ambientali ma anche ad una manutenzione ordinaria preventiva per la sicurezza degli impianti. Infatti per anni gli impianti vengono sottoposti alla sola manutenzione straordinaria, con conseguente aumento degli incidenti accaduti. Recentemente si è registrata un’inversione di tendenza, l’Eni infatti ha annunciato rilevanti investimenti per il risanamento e lo sviluppo
dei suoi impianti.Guardiamo comunque con favore agli investimenti volti alla bonifica
ed al miglioramento degli impatti, purché siano reali e non solo fogli di carta» (dal Dossier completo: http://www.legambiente.it/bonifiche-siti-inquinanti-dossier)
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