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LAVORO E FUTURO… UN SOLO COLORE: NERO?
12 Ott 2011 17:27
La tragedia di Barletta con 5 donne uccise dal crollo di una palazzina ha avuto come effetto collaterale il riportare all’attenzione la problematica del lavoro nero nel nostro paese.
Premetto che il crollo non ha niente a che vedere con il fatto che in quel seminterrato ci fosse una piccola azienda tessile non dichiarata perché la causa è esclusivamente da riportare a dei lavori di ristrutturazione svolti in un immobile confinante.
Riesce comunque difficile esprimere giudizi su un fatto come quello di Barletta quando il titolare della ditta è rimasto vittima della più grande tragedia che può attraversare l’esistenza di ciascuno di noi, la morte di una figlia che si era appena affacciata alla vita, e da questo punto di vista comprendo la ritrosia dei concittadini di questo signore ad affrontare il problema, ma senza nessuna voglia di emettere sentenze e con un atteggiamento di assoluto rispetto verso l’immenso dolore di questo padre ritengo giusto e doveroso nei confronti delle altre 4 vite spezzate che ci poniamo qualche interrogativo.
1) Il padre affranto dalla tragedia che si è abbattuta sulla sua famiglia, forse eccedendo nel colpevolizzarsi, si è addossato la colpa dell’evento perché accortosi delle crepe, per timore dei controlli che avrebbero effettuato, non le aveva segnalate agli uffici tecnici.
Ho premesso forse eccedendo nel colpevolizzarsi in quanto a prescindere dalla sua omessa segnalazione un controllo degli uffici tecnici c’era stato e incredibilmente non aveva rilevato nessun pericolo, ma l’ammissione del titolare rende esplicito e palpabile quel principio da sempre evidenziato e da sempre snobbato dall’opinione pubblica come un’esagerazione e cioè che il lavoro in nero è sempre un lavoro meno sicuro e maggiormente esposto a rischi non solo a quelli propri dell’attività, ma anche a quelli eventuali per la semplice impossibilità di attivare i normali dispositivi di “pubblica sicurezza” (vigili del fuoco, uffici sanitari, uffici tecnici etc.) per evitare di essere “scoperti”.
2) Sono risuonate stridenti le parole del sindaco di Barletta che sostanzialmente ha detto che non si sente di condannare chi in periodo di crisi da lavoro anche se “in nero”. Ancora più stridenti se si pensa che è un sindaco di centro-sinistra e che queste parole si possono “benevolmente contestualizzare” solo immaginando il prevalere dell’umana pietà nei confronti di un padre che ha perso una figlia.
Sia chiaro non mi piace fare il bacchettone e non mi sorprende che una larga parte dell’opinione pubblica operi un ragionamento di questo tipo, così come non mi sono sorpreso e davo per scontato che al referendum aziendale in casa FIAT avrebbero prevalso i si all’accordo, chi vive sulla propria pelle l’incubo dell’assenza di lavoro è sempre disponibile a qualsiasi lavoro pur di sopravvivere; ma questo, si badi bene , è il meccanismo che quando ero ragazzo e prevaleva un linguaggio “sindacalese” anche nei dibattiti studenteschi si chiamava “ricatto occupazionale” ed ora è diventata purtroppo una figura retorica demodè dal sapore vagamente vintage.
Tornando alla serietà che richiede l’argomento mi dispiace che un rappresentante delle istituzioni, un politico di centrosinistra con disinvoltura giustifichi questo , ribadisco, non in virtù di un astratto e idologico senso di giustizia sociale, ma sulla base di un ragionamento di ordine economico-sociale.
Dal ’97 con la legge Treu e più ancora dal 2003 con la legge cosiddetta Biagi il mercato del lavoro in Italia ha ricevuto una scossa epocale, sono stati messi in pista oltre a quelle già conosciute diverse altre forme contrattuali (di inserimento, co.co.co., di somministrazione, di job sharing, a progetto, di job on call, etc.) che in assenza poi di un ammodernamento della “rete di garanzie sociali” ha di fatto precarizzato il lavoro soprattutto giovanile, e nel nuovo contesto di “previdenza contributiva” ha assestato un durissimo colpo alle prospettive previdenziali dei giovani, insomma la nuova legislazione del lavoro ha scontato un costo sociale enorme in termini di garanzie e di sicurezza e soprattutto sta creando una generazione di precari a vita con una sola certezza, quella che da anziani saranno dei “pensionati sociali”; a fronte di questo (ed infatti ne costituiva la motivazione economica), si sarebbe dovuto assistere all’emersione di quel lavoro che i “lacci e laccioli” dello Statuto dei Lavoratori rendevano “sommerso per necessità”!
Ebbene se come appare in tutta la sua evidenza il sommerso e il nero prolifera più e meglio di prima (anche perché una certa compiacenza verso il “sommerso fiscale” già di suo genera una quota non irrilevante di “sommerso lavorativo”) non sarebbe il caso di prendere atto del fallimento di certe “politiche del lavoro” fatte su ordinazione prima di Confindustria e oggi di Marchionne (perfino la Confindustria sta avendo un momento di rielaborazione critica a fronte di un ministro che con perseverante furore ideologico continua a smantellare qualsiasi forma di garanzia collettiva del mondo del lavoro).
I politici in questa situazione invece di essere “comprensivi” verso chi “comunque da lavoro anche se in nero” non dovrebbe fare una analisi del fallimento di questo modello socio-economico che non ha risolto nessun problema, ma in compenso ne sta creando di nuovi (mancanza di sicurezza, denatalità, bamboccionismo di necessità, crollo dei consumi, impossibilità per i giovani di effettuare investimenti a medio-lungo termine come costruirsi una casa, etc….) e tra l’altro sicuramente non benefici ai fini del rilancio dell’economia?
Possiamo cominciare a dire che legislazioni meno garantiste del lavoro non faranno emergere nessun sommerso se non sono accompagnate da serie azioni di contrasto all’evasione fiscale e contributiva?
Potremmo intanto cominciare a smetterla di far pagare sempre e solo i lavoratori e specie quelli più giovani spacciando come “ineludibili e necessitate” le scelte che li penalizzano?
E soprattutto, considerato che con risultati drammatici per la stabilità di persone e famiglie si è innestato un nuovo modello di relazioni lavorative su un sistema di protezione sociale obsoleto, non è legittimo pretendere nuovo modello di welfare state?
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