La storia di un immenso dolore collettivo raccontata da due giornaliste. E’ quella del piccolo Great nel 2017

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Pensi che a te non succederà mai, che non ti può succedere, che sei l’unica persona al mondo a cui queste cose non succederanno mai e poi, a una a una, cominciano a succedere tutte, come succedono a tutti gli altri…”.  E la storia che raccontiamo è accaduta a noi che viviamo nel Profondo Sud dell’Italia, a Scicli, cittadina di 26 mila abitanti sita nel versante sud-orientale della provincia di Ragusa.

di PINELLA DRAGO, GIADA DROCKER : Scicli – Quel vestitino all’occidentale era stato un sogno. Per lui, troppo piccolo da non capire ancora com’era il mondo, forse no. Ma per la mamma e per il papà certamente era il sogno vero. Rincorso, dalla lontana terra di Nigeria, come tante migliaia di disperati. Vestirlo così però, proprio no. Great, 2 anni e 7 mesi se n’è andato nel bel mezzo del Mediterraneo il 6 novembre 2017.  Great, che si era affacciato alla vita il 18 maggio del 2015, ha lasciato il mondo piccolissimo. Nella maniera più drammatica. La mamma ed il piccolo, appena due giorni prima, erano riusciti a trovare posto in quel gommone della morte. Cinque gli adulti che hanno perso la vita in quel viaggio in mare ed un bimbo. Il secondo della Mamma Sandra che per andare in Europa aveva lasciato un villaggio  della Nigeria e lì anche i genitori ed il figlioletto Spring di 6 anni. Il bimbo che viaggiava con mamma Sandra era il piccolo Great le cui foto del trasbordo, dal gommone alla nave ong Sea Watch 3 battente bandiera olandese, hanno fatto il giro del mondo. Great era già cullato dagli “Angeli” del cielo, che lo hanno accolto in un grande abbraccio, quando lo hanno preso in mare aperto.

Il medico dell’Usmaf Vincenzo Morello che scende dalla nave con il cadavere del bimbo avvolto dalle coperte

La notizia di un nuovo sbarco

Quel giorno ero a casa quando mi viene data la notizia di un nuovo sbarco. Il “carico umano” sarebbe arrivato da lì ad alcune ore sulla banchina del porto di Pozzallo. La telefonata è quella di un’amica e giornalista, Giada Drocker. Da anni, entrambe giornaliste, seguiamo le vicende legate agli sbarchi di immigrati su suolo italiano. “C’è un bimbo fra i morti del naufragio in mare, presto arriverà sulla banchina la Sea Watch 3” – mi dice al telefono. Ed ancora: “un bimbo molto piccolo, ha poco più di 2 anni ma dalle prime informazioni pare che sia denutrito. Che si fa?”. Pronta la mia risposta. “Stai tranquilla, saremo sempre pronti. Come lo siamo stati in altre occasioni”. Pronti vuole dire che abbracceremo quanto l’emergenza ci inviterà a fare. Chiudo la telefonata e già la mia mente comincia a pensare cosa fare, come accogliere il bimbo. E’ la prima volta di un bimbo senza vita. Un bimbo che non avrebbe mai accarezzato la sua mamma, il suo papà. Un bimbo che non avrebbe mai sorriso, che non avrebbe mai pianto. Che non avrebbe giocato, che non avrebbe imparato a leggere, a scrivere, a disegnare. Chiamo al telefono la mia amica Concettina Maria, è lei che mi sta accanto ed è lei a condividere ogni problema. Siamo entrambe Vincenziane, facciamo parte del GVV ed abbiamo vissuto momenti tragici e forti insieme in occasioni di sbarchi di immigrati, in particolare quelli in cui i morti hanno superato la conta delle dieci dita di una mano come, ad esempio, quello del 30 settembre del 2013.

Il dolore della sua morte

Alla telefonata prima dell’amica giornalista e dopo quella all’amica Concettina Maria segue quella della Prefettura di Ragusa, diretta dalla dottoressa Carmela Librizzi che, nelle vicende migranti, si è spesa al massimo nel corso della sua permanenza in terra iblea ed ora svolge il suo incarico di Prefetto nella città di Catania. Dall’altro capo del telefono mi parla il dottor Ferdinando Trombadore. Mi chiede se il Comune di Scicli è pronto ad ospitare il cadavere di un bimbo. Per gli altri cinque cadaveri hanno già dato la loro disponibilità i Comuni di Pozzallo, Ispica e Modica. Il racconto che mi arriva è lo stesso dell’amica Giada. In mare è stato recuperato un bambino. E’ privo di vita.  Poco più di due anni e mezzo, per l’esattezza trentuno mesi. Mamma nigeriana, padre della stessa etnia. Lui non viaggiava con la moglie e con il bimbo. Un dato accertato solo dopo diverse ore o meglio dopo diversi giorni allorquando la cronaca di quella tragica traversata è diventata più chiara. Il pomeriggio volge verso la sera. Il freddo, quel freddo di un autunno che avanza inesorabile verso l’inverno, è pungente. Sulla banchina del porto di Pozzallo si sente ancora di più. Il corpo senza vita viene sceso dalla Sea Watch 3  come se fosse un gioiello di vetro soffiato. Il suo corpo viene adagiato all’interno di una piccola bara bianca. Il giorno dopo è pronto il trasferimento al Cimitero di Scicli. Il sindaco Enzo Giannone accoglie il suo arrivo, attende il bimbo al cancello quando arriva con il carro funebre dalla vicina Pozzallo. E’ qui che il piccolo Great rimane in sosta in attesa che vengano espletate le formalità di legge, che venga dato il nullaosta al seppellimento. Prima del suo arrivo, quanto la mia mente aveva frullato per una notte intera era già stato fatto. In un negozio per bimbi compero un vestitino, un lenzuolino, la minuscola biancheria intima. Proprio minuscola visto che Giada mi aveva detto che il piccolo era denutrito. All’arrivo ed alla vista del piccolo mi accorgo che proprio piccolo non è. E’ un bel bimbo, riccioluto, con il nasino a patatina. Dorme, mi dico assieme ai colleghi appoggiati a quel tavolo di marmo, freddo come il gelo. Le lacrime scorrono sui volti di ciascuno di noi. I colleghi Lillo, Mario, Giovanni ed Agostino  piangono assieme a me. Chi stringe la mano del piccolo, chi lo accarezza, chi tocca i riccioli di quei capelli tagliati cortissimi. Ci diciamo che sarà il nostro “Angelo”. Great: l’angioletto di tutti noi. Uno sguardo attento e mi accorgo che il vestitino è piccolo. Torno in negozio. Entro e trovo la moglie di Agostino, il collega che poco prima aveva stretto fra le mani il piccolo. La signora Lina ha già scelto le scarpette per Great. Sono di color grigio, sono le scarpette all’occidentale, le classiche sneakers, che tutti i bimbi indossano e che, sicuramente, la sua mamma avrebbe scelto. Il compito successivo è tutto mio. Debbo decidere come vestire il mio piccoletto. Perchè, sì, già lo sento mio quel bimbetto. Pantaloni, camicia a quadri, smanicato trapuntato. Tutto sulla tinta del grigio chiaro, il colore delle scarpette scelte poco prima dalla signora. Aggiungo anche il bianco. Torno al Cimitero.  Ed intanto il mio pensiero vola. Dove seppellire il piccolo Great? A casa parlo in famiglia, ai parenti che vivono in città. Chiedo se sono d’accordo ad ospitare Great nella  Cappella di famiglia. Cappella Vanasia, quella in cui è seppellito da anni mio marito Santo, morto a 57 anni, quella che ospita le salme dei parenti. L’assenso è unanime. Una gioia immensa ci prende senza lasciarci un attimo fino al momento del seppellimento. Poi la telefonata in Prefettura. Per dare la notizia. Al telefono, dall’ufficio di gabinetto, risponde la dottoressa Giovanna Licitra. Espongo la mia idea. Dall’altro capo una voce commossa risponde che riferirà alla Prefetta Librizzi. Sarà contenta della decisione, assicura. E lo è, a comunicazione avvenuta. Il dopo è un susseguirsi di   impegni. Il sindaco Giannone dispone per i funerali. Saranno funerali di fede cattolica. A chiederli è la mamma Sandra che, la Prefetta Librizzi, ha fatto trasferire dall’Hotspot di Pozzallo dove è stata ospitata dall’arrivo, una volta concluso il trasbordo dei migranti dalla nave ong, per le procedure di fotosegnalazione  al Centro di accoglienza ed integrazione Mediterranean Hope, diretto da Giovannella Scifo, che opera a Scicli da tre anni. Mamma Sandra viene accolta dagli operatori del Centro con la cautela del caso. Viene sostenuta nel dolore. Con lei, al fianco, c’è un’altra migrante. Le due donne hanno viaggiato assieme. Sono partite dalle coste della Libia insieme dopo essere rimaste per mesi nei lager libici, nei formicai simili ai campi di concentramento di nazista memoria. Sono finite in acqua insieme quando il gommone a 30 miglia dalla costa libica, stracolmo di uomini e donne,  si è sbilanciato finendo capovolto. Si sono tenute in mano per giorni. Volti bassi, sguardi assenti, lacrime che rigano i visi straziati. Il  salvataggio è agghiacciante. 

Lo racconta la mia amica e collega Giada che ha avuto i contatti diretti con colui che, per primo, ha tenuto in braccio il corpicino di Great. E’ Gennaro Giudetti, un volontario della ong Sea Watch 3, la nave onlus giunta sul posto dopo la chiamata della centrale di coordinamento del soccorso marittimo di Roma. 

Giada, sulla banchina del porto di Pozzallo  concluse le operazioni di sbarco, intervista il giovane valontario che così racconta i tragici momenti in mare. “La mamma implorava aiuto, anche lei in acqua accanto al bimbo ormai morto. Un soccorso difficile. Accompagnato dalle polemiche con la Guardia costiera libica accusata dalla onlus di non avere fatto quanto possibile per salvare il maggior numero di vite umane. La mamma del piccolo è devastata, ora sta assieme alle altre donne, sue amiche. La Nigeria, la terra lasciata tanti mesi prima, è lontana. Sono state recuperate dall’acqua, molte di loro l’hanno anche inghiottita. Hanno rischiato di annegare. La maggior parte del tempo la passano dormendo, quando sono sveglie piangono. Si scambiano poche parole, sono sfiancate dalle energie spese per sopravvivere, per non annegare.  Parecchi i morti, almeno cinque, quattro dei quali recuperati dalla nave Aquarius e poi il cadavere del un bimbo di circa trenta mesi. Molti i dispersi. Il padre del piccolo forse è tra i cadaveri recuperati da un altro equipaggio, non sono certo di ciò però. La situazione a bordo è delicata – ha raccontato Giudetti – gli spazi sono limitati. Anche la convivenza diventa questione di equilibrio”. Gennaro Giudetti è alla seconda missione con la Sea Watch 3. “E’ puro volontariato, sono un mediatore culturale – ha raccontato subito dopo il tragico sbarco a Giada Drocker – a giugno sono stato in nave per 15 giorni. Anche nella prima missione, tra i tanti migranti salvati, abbiamo recuperato cadaveri. Mai, però, così piccoli. E mai fino ad ora avevo assistito ad una sì tale violenza da parte della Guardia costiera libica. Nel loro intervento, che paghiamo noi italiani, ieri non c’era nessuna professionalità, nessuna etica, nemmeno nell’approccio con il gommone in difficoltà. Ho visto gente picchiata, ho visto persone morire, questa verità deve essere urlata. Ci lanciavano patate per ostacolarci, capite patate. Ho  vissuto momenti che non disperderò fino a quando vivrò. Non è possibile che debba spettare a me decidere chi salvare o chi recuperare, non sono il Padreterno. Il punto è che non si deve arrivare a questo. Ieri a un metro e mezzo da me c’era una ragazza che mi tendeva la mano, io mi sono allungato verso di lei quanto potevo ma non sono riuscito ad afferrarla, l’ho vista annegare. Io sono un ragazzo e se voglio andare a cercare fortuna altrove pago un biglietto e vado ovunque con un permesso, con un visto. Perché loro non possono farlo? Davanti ai miei occhi ci sono i volti di decine di persone che non siamo riusciti a salvare, donne disperate. Le loro facce impresse nella memoria. Lo stesso per i corpi che galleggiano. E poi i canti dei migranti felici non appena arrivano a bordo, le preghiere al loro dio. Questo non mi abbandonerà mai. Spero solo che i corridoi umanitari, ai quali ho partecipato, si moltiplichino. Quella sì che è un’altra storia. I corridoi umanitari funzionano. I volti dei migranti, di loro i quali recuperiamo in mare, hanno un comune denominatore: il terrore espresso da tutti. E’ il terrore per un eventuale ritorno in Libia. Lo esprimono nelle loro parole, in inglese, in arabo, in francese. E tutte le loro voci hanno la stessa dignità. Riferiscono dell’attraversamento del deserto che è un inferno, dell’arrivo in Libia con caos, terrore e morte – racconta ancora il giovane Gennaro Giudetti alla giornalista Giada Drocker – alcuni tentano anche due volte la traversata magari perché la prima volta sono stati beccati dai libici, incarcerati, torturati. I segni si vedono sui loro corpi. Le frustate sono un marchio. Mostrano i malesseri della malnutrizione, della disidratazione”.  E Giada non dimentica anche la  storia della giovane eritrea di 14 anni che gli racconta Giudetti, quel dannato giorno dello sbarco a Pozzallo. “Lei come tante eritree, si trovava in un campo nel Sud Sudan. Sono state rapite e stuprare dai beduini. E poi rivendute ad altri gruppi di beduini che hanno avuto un riscatto dalle loro famiglie. La ragazza di cui vi racconto era stata ferita da un proiettile. E’ riuscita ad imbarcarsi su un gommone rischiando, anche questa volta, la vita. Voleva, una volta arrivata in Italia, scappare per andare in Germania. Aspetta, le dissi, fai i documenti e poi parti sicura, è pericoloso per te. Mi guardò e mi disse: dopo quello che ho passato, credi che io possa avere paura di questo viaggio?. Le ferite che si portano dentro sono così profonde da non riuscire ad immaginare”. 

Parole agghiaccianti, quelle di Gennaro Giudetti. Giada li ha resi eterni raccogliendoli nell’intervista che il  giovane volontario gli ha concesso. 

Gennaro Giudetti, testimone oculare del naufragio del 6 Novembre 2017

Il giorno del funerale, per dare l’ultimo saluto al piccolo Great, arriva. Con Concettina Maria cerchiamo di mettere a punto ogni momento. Il cielo, quel giorno plumbeo, è accompagnato da una pioggerellina. Le gocce di pioggia dal cielo, mi dico nel silenzio, sono le lacrime degli Angeli. Le stesse che tante persone versano durante la cerimonia nella chiesa di San Giovanni Evangelista su via Francesco Mormina Penna, a pochi passi dal Commissariato di Montalbano meta di migliaia di turisti. Il sindaco Enzo Giannone ha voluto che il funerale si officiasse proprio nel Sacrario dei caduti in guerra. La morte di un migrante è come quella di un soldato in guerra.    La chiesa è gremita di persone. Il primo cittadino non lascia un attimo il sagrato. Attende l’arrivo del piccolo feretro bianco che viene adagiato su un drappo di raso color cremisi con su sparse delle margherite bianche. Il colore del drappo è quello della città di Scicli, la città che ospiterà per sempre il piccolo Great. Con Concettina Maria, poco prima dell’arrivo della baretta, sistemiamo il drappo dove posarla. Sopra vi poniamo un cuore di fiori bianchi. E’ lei, Concettina, che cura ogni particolare forte del fatto che mi sta vicino nei momenti tristi. Lei, resa forte da un dolore immane: la perdita della figliola Federica, appena ventiduenne per un fatale arresto cardiaco in uno slancio di grande altruismo il 14 agosto 2016, alla vigilia di un Ferragosto che doveva essere di festa, e che, invece, aveva segnato la vita di una famiglia fiera di aver cresciuto la Federica speciale che, all’ultimo momento ha sostituito in campo in un torneo amatoriale la compagna di squadra che accusava un malessere. Un gesto  di altruismo che rimarrà nella memoria di tutti. Per Great è un moltiplicarsi di impegni. Il sindaco Giannone non si dà pace: “non si può morire così. Vogliamo scuotere le coscienze, fare capire a questo Occidente che non si può continuare in questo modo. Che non si può assistere a tragedie così immani” – commenta accogliendo le persone in chiesa. Prima di varcare l’ingresso del tempio la mamma è andata al cimitero. Per la prima volta dopo le drammatiche sequenze dello sbarco ha rivisto il suo piccolo. E’ molto provata. Sale la scalinata e fa il suo ingresso in chiesa stretta nel suo dignitoso e silenzioso dolore, sorretta da un gruppo di donne. Attorno le sono gli operatori del Centro Mediterranean Hope. Guardano la piccola bara. Great è davanti a lei. Con lui ha perso tutto. Ha lo sguardo perso nel piccolo cuore di fiori bianchi, appoggiato alla cassa che contiene suo figlio. Non sa nulla del marito, partito prima di loro ma irrintracciabile. Alle esequie partecipa anche Vincenzo Morello, il medico dell’Asp 7 di Ragusa che sulla Sea Watch3, giunta a Pozzallo con 59 superstiti ed il cadavere del bimbo, ci è salito. I suoi occhi sono colmi di commozione. “Sono un padre, era così piccolo” ha ripetuto, come un mantra, ai colleghi dopo essere sceso dalla nave ed aver consegnato il piccolo fagottino Great al personale delle onoranze funebri. Il vicario foraneo, don Ignazio La China, nell’officiare il rito religioso, invita a pregare, per i vivi, con speranza. Nell’Omelia cita il profeta Geremia invocando il silenzio. Parla del Dio dei cristiani come di un Dio sconcertante, che sacrifica il proprio Figlio sulla Croce, per salvare l’umanità. “Vane le domande di quanti chiedono perchè Dio permette queste ingiustizie – dice – il segno più alto della sua misericordia è nel sacrificio che ha fatto di Gesù, sul Calvario”. Accanto a lui, nell’altare dell’unica navata della chiesa, i sacerdoti don Antonio Sparacino e don Giuseppe Agosta raccolti in mesta preghiera. Poi è la volta degli studenti dell’Istituto di Istruzione Superiore “Quintino Cataudella”. Il loro è uno schiaffo verbale, a parole. Chiedono di mettere da parte le ideologie e cercare soluzioni diverse per fronteggiare il fenomeno dell’immigrazione. Si affidano alle parole della giovanissima Clara Gugliotta. “In una società così egoista abbiamo spesso difficoltà a restare umani di fronte a certe situazioni. Sarebbe più opportuno mettere da parte le ideologie politiche, le paure e le parole. Davanti a tutto ciò bisogna ricordare gli errori del passato e capire che non è mai troppo tardi per rimediare, che non è mai troppo tardi per fare sì che si smetta di parlare di migliaia di persone che muoiono senza motivo. Il piccolo Great ha inseguito anch’egli, come in migliaia, la speranza di non vedere più la guerra, di giocare per strada senza fare attenzione a non calpestare le mine, la speranza di potere viaggiare su un aereo e non su un barcone senza destinazione certa, la speranza di potere studiare, lavorare e vivere. Ci chiediamo perché questo bimbo tra qualche anno non sarà normalmente seduto sui banchi della sua scuola tra i sui coetanei. I funerali di questo bambino sono la sconfitta della nostra società, della nostra città, della nostra cultura. Non basta indignarci. Chiediamo l’aiuto della scuola, nel compito di agenzia educativa, perché solo i giovani che conoscono, sono i giovani che affronteranno il problema con un altro approccio”. Il prefetto vicario, Concetta Caruso, al termine del rito in chiesa parla di responsabilità: “in questo momento questa bara bianca ci chiama ad un monito ancora maggiore per la responsabilità a cui tutti noi siamo chiamati ogni giorno con il nostro lavoro”. Poi l’ultimo saluto. Il feretro viene portato fuori dalla chiesa dai volontari delle Misericordie e dal medico Vincenzo Morello che, poco prima, prende tra le sue mani quelle della mamma Sandra devastata dal dolore. Le bacia, commosso. Dietro la direttrice dell’Hotspot di Pozzallo, Emilia Pluchinotta. Ha in mano dei fiori che assieme al vice sindaco pozzallese Giuseppe Giudice lascerà, nell’ultimo saluto al camposanto, al piccolo Great.

Great, nome che in inglese sta per grande, grande in questa terra non lo è diventato. Lo è diventato in cielo, Angelo fra gli Angeli.

Dalla chiesa viene accompagnato nuovamente al Cimitero. Quel Cimitero dove trova “ospitalità” nel grande silenzio del sonno eterno fra verdi e rigogliosi cipressi e piante fiorite. Quel Cimitero che ospita più di sessanta migranti, morti nel loro disperato viaggio verso l’Eldorado che hanno sognato e che non sono riusciti a vedere, a vivere. Toccando la terraferma solo da morti. Ma sempre fratelli. Fratelli trafitti da una vita arida, che gli ha riservato solo stenti e dolori. Grazie Great, sei e sarai sempre con noi. Nostro Angelo. 

L’epigrafe ne ricorderà, per sempre, il sacrificio. Nella pergamena in porcellana raffigurante il mare azzurro con la terra in lontananza, uscita dalle sapienti mani dell’architetto e ceramista Antonello Marino, è stato scritto: “un Angelo volato in Cielo senza aver visto la nuova terra dove stava andando con mamma e papà”.  

Storia di dolore vissuta da Pinella Drago, Giada Drocker

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