La Sicilia è folle: tre storie incredibilmente vere

La rubrica dello psicologo, a cura di Cesare Ammendola 

La prima è una pagina a suo modo favolosa. Nell’ordinario. Ne sono stato testimone nel lavoro. Più volte, negli anni. Mi piace condividerla ora con voi, perché dice parole essenziali sulla scuola, sulla Sicilia profonda, su questa Italia sovente priva di grazia. 

Due sorelle di neppure sette anni, la mamma tunisina scomparsa pochi mesi fa (all’improvviso per un brutto male), tanta tristezza, un papà gran lavoratore che non arriva alla fine del mese, una gita bellissima ma costosa, molto costosa, una colletta nel silenzio, una generosità nascosta e non richiesta, la solidarietà di una scuola dell’entroterra, la gioia con cui le sorelle hanno preso parte alla gita, insieme a tutte le compagne e i compagni di classe. Di vita. Di una stessa vita che pretende tutti felici al centro dell’universo.

Anche questa è l’Italia.

In un mondo che disconosce la gentilezza, piccole variazioni sul tema. Alte. Così alte. Come voli a perdifiato in un cielo che non sapevamo.

La seconda pagina. Un anno fa quasi. Ha colpito anche me questa immagine: nel cuore della Via Crucis, un attore viene maltrattato, umiliato e torturato come Gesù, e un cane senza nome, un “barbone”, un barbacane insomma, si precipita a difenderlo e soccorrerlo. 

Non ho dubbi su chi sia Dio in questa storia. Insomma, un randagio sente il bisogno di salvare un essere umano anche quando finge il dolore. 

E noi su due zampe non siamo capaci di fermare l’ingiustizia di due guerre in quella che non assomiglia per niente a una finzione. 

La terza pagina. La ricordo come se, nella scrittura, si fosse accesa ieri. Un anno fa più o meno. Un’altra vicenda sublime. Una rosa di spine nel deserto della politica.

Per amore del basket, le adolescenti di un paesino si allenano a quaranta chilometri da casa, facendo un sacrificio quasi quotidiano, perché dove vivono non c’è una palestra ad hoc. Il fine settimana la sfida con le ragazze di Alcamo, che, lo dico per i miei contatti europei, sorge nell’altro lato dell’Isola, a trecento chilometri (che quaggiù, da noi, equivalgono ad almeno tre ore e mezza di un viaggio rocambolesco nel cuore del Medioevo).

La squadra sarebbe costretta a rinunciare alla partita e a perdere a tavolino: tra vitto e alloggio la partita costerebbe a tutti una “Germania”.

Ma ecco all’improvviso la psicomagia. Ogni ragazza di Alcamo offre totale ospitalità a una avversaria del paesino lontano, azzerando quasi i costi dell’epica trasferta: la merenda prima della partita, poi la cena, poi il letto, infine la colazione prima di ripartire. Ospitalità. 

Sarà il campo (non la rinuncia) a decretare il vincitore, in una partita in cui, secondo me, a vincere sono comunque tutte.

Dove non arriva la politica dei decenni, a ridurre le distanze è la solidarietà delle creature. L’altezza dello sport autentico dei dilettanti.

Anche questa è la mia terra. Un giardino maledetto e dimenticato dall’Io nel quale mancano ancora strade, scuole, palestre, opportunità per i bambini e dove si parla di Ponti dello Stretto. Laddove invece, come in questa fantastica storia, sorgono soltanto Ponti dello Spirito.

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