LA REALTA’ IN UNA FIABA

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E’ giusto raccontare ai nostri piccoli uomini e alle nostre piccole donne la realtà, in cui vivono, attraverso la fiaba? Questo genere letterario è stato utilizzato, da generazioni di grandi e piccini, per narrare situazioni fantastiche e lasciare liberi i bambini di fantasticare con l’immaginazione. Violenza, bullismo, le nuove famiglie ricostituite, la tragedia dei migranti e la loro difficile integrazione; protagonisti sono bambini affetti da autismo o con disabilità grave, sono questi i tratti principali della nuova versione della fiaba raccontata ai bambini “moderni”. La fiaba ha un origine millenaria, rappresenta un immenso contenitore di immagini e simboli che si ritrovano nei miti e nei rituali di epoche passate; la sua origine non è la semplice espressione di vane fantasie, ma la decomposizione di miti antichissimi che risalgono all’età in cui i popoli interpretavano in maniera simbolica l’aurora, il tramonto, il sorgere delle stelle. Il racconto di una fiaba soddisfa il naturale desiderio che i bambini hanno di sentirsi narrare degli eventi, desiderio che si sviluppa verso i 2/3 anni e a 6 anni si evolve ulteriormente con la lettura autonoma. Ascoltare una fiaba o una favola permette al bambino lo sviluppo di quello che si  definisce “pensiero narrativo”, che sarebbe la capacità cognitiva attraverso cui i nostri bambini strutturano la propria esperienza e le danno significato. Ascoltando una fiaba, i bambini iniziano ad attivare due modalità caratterizzanti l’attività mentale degli esseri umani: la realtà e la fantasia. All’interno di una fiaba tradizionale ritroviamo elementi sia reali che irreali, il bambino perciò, attiva contemporaneamente due funzioni: pensiero razionale e pensiero fantastico. Questo è essenziale per il suo sviluppo e per il corretto funzionamento della sua attività mentale. Quindi, parlare della nuova formula della fiaba, secondo il mio modestissimo parere, mi pare assurdo e prematuro per un bambino, che ha tutto il diritto di essere BAMBINO.

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