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La guerra e la Sicilia: paradosso di un mondo al contrario
05 Mar 2026 08:36
La rubrica dello psicologo, a cura di Cesare Ammendola
La guerra lontana ha un modo sottile di abitare le nostre case. Non bussa alla porta: entra dagli schermi, dalle notifiche, dai nomi di basi e aeroporti pronunciati nei telegiornali. Resta “altrove”, eppure si insinua nei pensieri della sera, quando i figli dormono e il silenzio amplifica le paure. È la psicologia dell’anticipazione minacciosa: temiamo ciò che potrebbe accadere, e nel farlo iniziamo a vivere come se fosse già accaduto.
«Non lo sopporto più. Proprio noi dobbiamo avere paura ora?» In questa domanda c’è un sentimento collettivo che non è solo ansia, ma anche indignazione morale. Noi siciliani da decenni accogliamo il mondo arabo in pace, non senza difficoltà, ma con la fatica generosa della convivenza. Eppure, per gli attacchi che altri periodicamente rivolgono a quel mondo — opportuni o ingiusti, sarete voi a stabilirlo, non io — dovremmo temere per noi e per i nostri figli. Nomi come Sigonella o il MUOS di Niscemi, insieme agli aeroporti civili e militari, diventano nella narrazione pubblica “obiettivi sensibili”, e la parola sensibile smette di indicare cura per evocare vulnerabilità.
La mente umana non distingue sempre tra minaccia probabile e minaccia possibile. Quando i media ripetono scenari e mappe, il nostro sistema nervoso si attiva come se il pericolo fosse imminente. È il circuito della paura: utile alla sopravvivenza, ma logorante se cronicizzato. Così nel sud-est di quest’isola ossimoro navighiamo i giorni in amicizia tra i sorrisi di bambini musulmani che imparano le avventure di Pinocchio e giocano con i nostri figli come se il mondo fosse uno solo, parlasse la lingua dell’innocenza, con un accento che suona come un insolito Esperanto. E proprio noi adesso ci sentiamo minacciati.
La contraddizione è psicologicamente faticosa: convivere con la fiducia quotidiana e con l’allarme astratto. Da un lato l’esperienza diretta della relazione — i volti, le storie, i giochi condivisi — dall’altro la rappresentazione geopolitica che trasforma i luoghi in scacchiere. Questa frattura produce dissonanza cognitiva: per ridurla, potremmo irrigidirci in diffidenze o, al contrario, negare ogni rischio. Entrambe le strade sono comprensibili, ma nessuna è davvero curativa.
C’è però una terza via: riconoscere la paura senza lasciarle il governo della vita. La paura, quando nominata, perde parte del suo potere. Dire “ho paura per i miei figli” non è debolezza; è un atto di responsabilità affettiva. E allo stesso tempo è possibile distinguere tra ciò che dipende da noi e ciò che eccede il nostro controllo. Le scelte geopolitiche non sono nelle nostre mani; la qualità delle nostre relazioni sì. Possiamo custodire il tessuto di fiducia che abbiamo intrecciato negli anni, proteggere gli spazi di incontro, continuare a educare alla complessità.
La Sicilia conosce da millenni l’ambivalenza del Mediterraneo: ponte e frontiera, abbraccio e conflitto. Questa è forse l’ennesima pagina scritta da un destino romanziere ubriaco, sulle sponde di un mare che sembra sempre più un paradosso. Ma la psicologia insegna che i paradossi non si sciolgono scegliendo un solo polo: si attraversano. Tenendo insieme prudenza e apertura, memoria e speranza.
La guerra lontana può farci sentire ostaggi di decisioni altrui. Eppure, nella quotidianità concreta dei cortili e delle scuole, continuiamo a sperimentare che il mondo può essere uno. Non è ingenuità: è un dato relazionale. Se c’è un antidoto all’ansia diffusa, è la comunità. Non elimina il rischio, ma riduce la solitudine. E nella condivisione, la paura torna a essere ciò che è: un’emozione umana, non un destino scritto dagli altri.
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