È morta a soli quattro anni, a Palermo, per una sospetta difterite, una malattia che in Italia è ormai rarissima e che non causava una vittima da oltre trent’anni. La bambina, Anna Rosa, non era stata vaccinata. La Procura di Palermo ha aperto un’inchiesta e disposto l’autopsia per accertare le cause del decesso e verificare […]
La cenere dell’Etna diventa può diventare una risorsa? la Sicilia punta sulla bioedilizia
27 Ago 2026 09:10
La cenere dell’Etna potrebbe trasformarsi da problema legato alle emergenze ambientali e alla viabilità a una possibile risorsa per la bioedilizia. È questa la prospettiva contenuta nella proposta avanzata dall’assessore regionale alle Infrastrutture e alla mobilità Alessandro Aricò, che punta da un lato a definire regole e costi più chiari per la rimozione della cenere vulcanica e, dall’altro, a valutare le possibilità di trattamento, recupero e riutilizzo del materiale.
Un problema ricorrente per i Comuni siciliani
La ricaduta di cenere vulcanica rappresenta ormai un fenomeno ricorrente per numerosi centri della Sicilia orientale. Dopo le recenti fasi di attività dell’Etna, diversi Comuni dell’area etnea si sono trovati nuovamente a dover affrontare la gestione di ingenti quantità di materiale depositato sulle strade, negli spazi pubblici e sulle altre superfici.
La rimozione deve essere effettuata in tempi rapidi per ridurre i disagi alla popolazione e garantire condizioni adeguate di sicurezza e viabilità. Un’attività che comporta però costi e procedure che, secondo la Regione, necessitano di un riferimento più uniforme.
Una voce specifica nel prezzario regionale
La proposta dell’assessore Aricò prevede l’inserimento, nel nuovo prezzario regionale unico dei lavori pubblici, di una voce specificamente dedicata alla gestione della cenere vulcanica. L’obiettivo è fornire ai Comuni e agli altri enti pubblici uno strumento chiaro per quantificare i costi delle operazioni necessarie dopo le ricadute.
La nuova voce dovrebbe comprendere l’intero ciclo dell’intervento: dalla rimozione e raccolta della cenere fino al carico, al trasporto, al conferimento presso siti di deposito o impianti autorizzati e allo smaltimento nel rispetto della normativa vigente. Una definizione più precisa delle diverse attività potrebbe consentire agli enti locali di programmare con maggiore rapidità gli interventi e predisporre gli atti amministrativi necessari durante le emergenze.
L’idea: trasformare la cenere in una risorsa
Ma la novità più interessante della proposta riguarda la possibilità di andare oltre il semplice smaltimento. La Regione vuole infatti valutare, quando le caratteristiche del materiale lo consentano e nel rispetto delle disposizioni vigenti, il trattamento e il recupero della cenere vulcanica per un possibile utilizzo nella bioedilizia.
L’ipotesi è quella di trasformare un materiale oggi considerato principalmente un rifiuto da rimuovere in una possibile materia prima per la produzione di semilavorati destinati al settore delle costruzioni. Un percorso che, se confermato dagli approfondimenti tecnici, potrebbe aprire una prospettiva diversa nella gestione delle ricadute dell’Etna, con possibili benefici anche sul fronte ambientale.
La commissione del Dipartimento regionale tecnico al lavoro
Per valutare concretamente le due proposte è stata convocata la commissione del Dipartimento regionale tecnico. Sarà il confronto con gli enti locali e con i soggetti competenti a stabilire la fattibilità delle soluzioni ipotizzate, sia per quanto riguarda la definizione dei costi degli interventi sia per le eventuali modalità di recupero e riutilizzo.
Aricò ha sottolineato la necessità di arrivare a un riferimento regionale «chiaro e omogeneo» per la quantificazione delle spese legate alla cenere vulcanica. L’obiettivo è mettere i Comuni nelle condizioni di intervenire più rapidamente, soprattutto quando le ricadute del vulcano interessano contemporaneamente più territori.
Dall’emergenza a un possibile modello di economia circolare
La sfida, dunque, è duplice. Da una parte c’è la necessità immediata di gestire la cenere vulcanica, liberando strade e aree pubbliche e garantendo agli enti strumenti adeguati per affrontare le emergenze. Dall’altra c’è la possibilità di studiare un sistema capace di recuperare il materiale e destinarlo, quando tecnicamente possibile, a nuovi utilizzi.
L’eventuale impiego nella bioedilizia dovrà naturalmente essere preceduto da verifiche sulle caratteristiche della cenere e sulla sua effettiva compatibilità con i processi produttivi. Non si tratta quindi di considerare automaticamente la cenere come materiale riutilizzabile, ma di costruire un percorso tecnico e normativo che individui le condizioni necessarie per un recupero sicuro ed efficace.
La Sicilia cerca una risposta strutturale alla cenere dell’Etna
La proposta arriva in un momento in cui le ricadute di cenere vulcanica tornano a mettere sotto pressione le amministrazioni locali. Per i Comuni dell’area etnea, ogni nuova fase eruttiva significa infatti affrontare rapidamente operazioni di pulizia, raccolta, trasporto e conferimento, con un impatto organizzativo ed economico tutt’altro che trascurabile.
Creare una voce dedicata nel prezzario regionale potrebbe quindi rappresentare un passo verso una gestione più uniforme dell’emergenza. Parallelamente, lo studio di possibili forme di recupero potrebbe trasformare una criticità ambientale in un’opportunità, riducendo quando possibile il ricorso allo smaltimento e favorendo nuovi impieghi nel comparto della bioedilizia.
La cenere dell’Etna, insomma, non sarebbe più soltanto ciò che resta dopo un’eruzione e che deve essere rapidamente rimosso dalle città. La Regione Siciliana vuole capire se, attraverso ricerca, controlli e regole precise, possa diventare anche una risorsa da recuperare e valorizzare.
© Riproduzione riservata