“Io ho votato nonostante questo Paese”. Ecco la studentessa modicana che a Padova sfida il Governo Meloni: “Non siamo la generazione svogliata”. VIDEO

Da Modica all’Università di Padova, con una valigia carica di aspettative e un discorso destinato a lasciare il segno. È quello di Paola Bonomo, 22 anni, rappresentante degli studenti, che durante l’inaugurazione dell’anno accademico ha dato voce a un’intera generazione, partendo proprio dalla sua storia.

“È da qui che vorrei partire: dalla frattura, ormai evidente, tra il futuro che ci invitate a costruirci e il presente che abitiamo”. Un’apertura netta, che mette subito al centro il divario tra promesse e realtà. “Studia, che il futuro è tuo, basta impegnarsi. Un po’ di gavetta l’abbiamo fatta tutti. Se vuoi puoi”. Frasi, ha detto, “che ci siamo portati dietro come si porta una valigia”.

Una valigia preparata proprio nella sua città: “Io quella valigia l’ho preparata a Modica, in Sicilia, quattro anni fa, per venire a studiare qui. Dentro c’erano aspettative. Sacrifici. C’erano promesse”. Ma la realtà, ha spiegato, è spesso diversa: “Quando si parla di promesse questo Paese ha un’abitudine calcificata nel rimandare sempre avanti le risposte. Ancora un esame. Ancora un tirocinio. Ancora un lavoretto in nero. Ancora un affitto sovrapprezzato da dividere. Ancora un po’ di pazienza”.

Un racconto che tocca da vicino la provincia di Ragusa, dove partire è diventato per molti giovani un passaggio obbligato. “Essere fuorisede, oggi, non è una parentesi romantica della giovinezza”, ma significa “fare esperienza concreta di quanto costi costruirsi un’autonomia”. Significa, ha aggiunto, “sapere che se il prezzo medio di una stanza è 500 euro allora anche un tetto sopra la testa diventa un privilegio”, e vivere in un equilibrio continuo tra studio, lavoro e stanchezza.

Nel suo intervento, Paola Bonomo allarga lo sguardo al contesto globale: “Studiamo mentre la guerra torna a occupare il centro del presente e il riarmo viene proposto come unica soluzione possibile”. E ancora: “Ovunque osserviamo schiacciate la libertà e l’autodeterminazione dei popoli”. Parole che si fanno ancora più dure: “Ci abituiamo all’idea che interi popoli possano essere cancellati sotto i nostri occhi” e che “perfino di fronte al genocidio a Gaza ci vengano chiesti compostezza e neutralità”.

Il passaggio più simbolico arriva quando mostra la tessera elettorale: “Questa è la mia tessera elettorale. Sopra ci sono tre timbri. Tre”. E la denuncia: “Non perché gli appuntamenti elettorali siano stati pochi, ma perché da quando vivo fuori non ho potuto esercitare il mio diritto di voto”. Da qui la frase che ha fatto il giro dei social: “Io non ho votato grazie a questo Paese: ho votato nonostante questo Paese”.

Un riferimento diretto anche al sistema politico e al governo guidato da Giorgia Meloni, sul tema del voto ai fuorisede. “Cinque milioni sono i fuorisede in Italia”, ha ricordato, ma solo una minima parte è riuscita a votare. “Nonostante sia stato scelto di fare di tutto per ostacolare il voto fuorisede, le persone si sono organizzate lo stesso”.

Nel discorso emerge anche una critica al mondo universitario e alle politiche pubbliche: “Intervenire sull’università dovrebbe significare, prima di tutto, ascoltare chi la vive ogni giorno”. E ancora: “Trascurare l’università pubblica significa rinunciare all’innovazione e privare il Paese del capitale umano necessario per costruire il proprio futuro”.

Centrale anche il tema della percezione dei giovani: “Ci avete raccontato come una generazione disgregata, svogliata, fragile”. Ma la realtà, secondo la studentessa, è diversa: “Io ho visto una generazione che non si è ritirata nel privato”, capace di mobilitarsi, di “costruire spazi anche dove non c’erano” e di non “girarsi dall’altra parte”.

Infine, il richiamo alla propria identità: “Cu nesci, arrinesci”. Ma subito la riflessione: “Quando partire diventa una necessità non è più libertà: è mancanza di alternative”. Una frase che, per un territorio come quello ragusano, assume un significato ancora più forte.

Il discorso si chiude con una scelta chiara: “Davanti a noi ci sono due strade”. Accettare passivamente o reagire. “Noi abbiamo già deciso. Parteciperemo in tutti i modi che conosciamo: ci prenderemo cura di chi viene lasciato indietro e ci organizzeremo insieme”.

Da Modica a Padova, la voce di Paola Bonomo diventa così simbolo di una generazione che chiede ascolto e spazio.

ECCO IL DISCORSO INTEGRALE DI PAOLA BONOMO

Care studentesse, cari studenti, Magnifica rettrice, personale docente e tecnico amministrativo, Ambasciatore Lozano, Presidente Stefani, Autorità, Cara comunità dell’Università di Padova.

L’8 febbraio del 1222 viene fondata questa università da un gruppo di studenti e ricercatori spostatosi da Bologna. La Sala in cui sediamo ora, l’Aula Magna del nostro Ateneo, è stata attraversata nei secoli da Galileo Galilei prima e da Concetto Marchesi poi. Scienza e ricerca da sempre si sono intrecciate con le storie di esseri umani che hanno dovuto compiere delle scelte, spesso dure.

In quest’Aula così ricca di storia, sono chiamata a rappresentare la Comunità Studentesca del nostro Ateneo. Dunque, in una sua parte, chiamata a rappresentare una generazione.

è un compito difficile: proverò a iniziare raccontandovi cosa penso ci renda simili, le nostre paure.

Sono quelle che ci accompagnano ogni giorno nelle aule e nelle stanze in affitto e nei treni per tornare a casa, nel decidere di credere ancora che vi sia posto anche per noi dentro la promessa di un futuro in questo paese.

E’ da qui che vorrei partire: dalla frattura, ormai evidente, tra il futuro che ci invitate a costruirci e il presente che abitiamo.

“Studia, che il futuro è tuo, Basta impegnarsi.” “Un po’ di gavetta l’abbiamo fatta tutti.”

“Se vuoi puoi.”

Sono frasi che abbiamo sentito ripetere per anni. Frasi che ci siamo portati dietro come si porta un bagaglio. Come si porta una valigia.

Io quella valigia l’ho preparata a Modica, in Sicilia, quattro anni fa, per venire a studiare qui.

Dentro c’erano aspettative. Sacrifici. C’erano promesse.

La promessa che studiare sarebbe stato un investimento.

E invece, troppo spesso, la nostra generazione scopre che quando si parla di promesse questo paese ha un’abitudine calcificata nel rimandare sempre avanti le risposte.

Ancora un esame. Ancora un tirocinio. Ancora un lavoretto in nero. Ancora un affitto sovraprezzato da dividere. Ancora un po’ di pazienza.

Essere fuorisede, oggi, non è una parentesi romantica della giovinezza. Significa fare esperienza concreta di quanto costi, in questo Paese, costruirsi un’autonomia. Significa sapere che se il prezzo medio di una stanza è 500 euro allora anche un tetto sopra la testa diventa un privilegio, e mangiare, studiare, dormire, spostarsi, curarsi, può diventare un calcolo continuo. Significa lavorare mentre si studia, studiare mentre si è esausti, sentirsi in colpa quando non si regge tutto.

Non è “semplicemente” la vita. È il tempo storico in cui le nostre vite si trovano a passare

La ricchezza cresce senza redistribuirsi, l’aumento della produttività non si traduce in salari più giusti, e il costo della vita continua a salire mentre il lavoro si fa più discontinuo e precario.

Studiamo, mentre la guerra torna a occupare il centro del presente e il riarmo viene proposto come unica soluzione possibile. Mentre l’amministrazione Trump opprime interi popoli e nazioni sovrane, tra l’orrore delle bombe e la violenza delle deportazioni civili.

Ovunque osserviamo schiacciate la libertà e l’autodeterminazione dei popoli.

Guardiamo alle politiche di guerra statunitensi con una paura ancora maggiore di fronte alla sudditanza del nostro Governo.

La forza si impone come strumento risolutivo e il diritto internazionale viene trattato come un ostacolo da aggirare quando intralcia gli interessi dei potenti.

Studiamo mentre ci abituiamo all’idea che interi popoli possano essere cancellati sotto i nostri occhi, che intere città possano essere distrutte in diretta, e che perfino di fronte al genocidio a Gaza ci vengano chiesti

compostezza e neutralità.

Nel mentre la catastrofe climatica avanza non come l’annuncio remoto di un pericolo, ma come una realtà già presente nei territori e nelle esistenze. Basti pensare all’aria che respiriamo qui in Pianura Padana. E per me significa pensare subito anche alla mia regione, alla Sicilia. Alla siccità, agli incendi, alle immagini di Niscemi, a come capitato forse a tante altre regioni del sud, ne abbiamo parlato meno del necessario. Sono immagini che ci ricordano come questa crisi non appartenga al domani, ma al nostro presente.

C’è un proverbio siciliano che dice: “Cu nesci, arrinesci.” Chi esce, riesce.

Però non dovrebbe essere un augurio. Quando partire diventa una necessità non è più libertà: è mancanza di alternative.

È per questo che oggi la partenza, dalla propria regione prima e dall’Italia poi, non hanno più a che fare soltanto con la terra da cui veniamo, o con le aspirazioni che inseguiamo. Diventa una condizione diffusa dell’essere giovani, qui e ora, in Italia.

Davanti a noi, allora, ci sono due strade.

La prima ce l’avete insegnata voi: lasciar correre, accettare supinamente la natura del presente e lasciarci definire dalla retorica che ci dipinge come una generazione disgregata, svogliata. Fragile.

Ce lo siamo sentito ripetere così tanto in questi anni.

Ci sentiamo fragili, a volte, perché la solitudine può soffocare, togliere il respiro, può uccidere.

Abbiamo ereditato individualismo e competizione e non siamo ancora riusciti a scrollarceli di dosso, ma ora sappiamo quanto è importante curarci della nostra salute mentale.

La seconda strada invece comincia dal guardarci tra noi, e dal mostrarci per ciò che siamo davvero.

Perché io, in questi mesi, ho visto altro. Ho visto una generazione che non si è ritirata nel privato, che non ha accettato di restare spettatrice. Ho visto 50mila persone riempire Prato della Valle, in autunno, contro il genocidio in palestina, 300mila due giorni fa inondare le strade della capitale contro le politiche di guerra. Ho visto studenti e studentesse organizzarsi ogni giorno, nelle scuole e nelle università, costruire spazi anche dove gli spazi non c’erano e rispondere con decisione dove quegli spazi sociali vengono chiusi.

Ho visto la forza di non girarsi dall’altra parte: di prendersi cura del compagno di banco che sta male e insieme di sentire come propria la sorte di un coetaneo dall’altra parte del mare.

Ho visto anche, forse per la prima volta, dopo il Referendum del 22 e 23 Marzo, parlare di noi senza paternalismo, ho visto giornali titolare “I giovani trainano il voto”.

Fa un certo effetto.

Noi giovani di cui parlate oggi non siamo comparsi all’improvviso. Esistevamo anche prima. Ci organizzavamo anche prima. Lottavamo anche prima. Solo che troppo spesso avete scelto di non vederci

Questa è la mia tessera elettorale. Sopra ci sono tre timbri. Tre. E non perché gli appuntamenti elettorali siano stati pochi, ma perché da quando vivo fuori non ho potuto esercitare il mio diritto di voto. Io non ho votato grazie a questo Paese: ho votato nonostante questo Paese.

5 milioni sono i fuorisede in Italia. In ventimila sono riusciti a votare come rappresentanti di lista nel luogo in cui vivono,

Nonostante sia stato scelto di fare di tutto per ostacolare il voto fuorisede, le persone si sono organizzate lo stesso per fare ciò che spaventa di più chi governa senza voler essere disturbato: partecipare.

E allora, proprio perché abbiamo imparato a guardarci per ciò che siamo davvero, oggi ci sentiamo abbastanza forti da chiedervi conto delle vostre responsabilità.

Quindi colgo l’occasione, Presidente Stefani, visto che oggi è qui: le sue promesse sulla copertura totale delle borse di studio sono cruciali, per migliaia di studenti, come lo sarebbero state per me, che l’ho ricevuta in ritardo di dodici mesi chiedendomi se mollare tutto e tornare a casa.

Ormai sappiamo quanto in Veneto il diritto allo studio assomigli più spesso a una corsa a ostacoli, che a un diritto costituzionalmente sancito. Le ricordiamo che quelle promesse hanno un peso specifico: quello dei 348 studenti che solo a Padova la stanno ancora aspettando, e dei 1812 che la attendono da tre anni. Per molti, questa attesa significa rinunciare del tutto alla prospettiva di studiare.

I vostri ritardi non sono degli imprevisti tecnici: sono una chiara scelta politica in cui a perdere siamo sempre noi studenti.

Perdiamo, come generazione, quando la cura della nostra salute mentale resta un privilegio. La ringraziamo per la proposta di uno psicologo di base, Presidente Stefani, ma siamo entrambi consapevoli che un milione di euro non sia sufficiente per garantirlo davvero.

Ministra Bernini, mi rivolgo anche a lei. Intervenire sull’università dovrebbe significare, prima di tutto, ascoltare chi la vive e la manda avanti ogni giorno. Se lo avesse fatto, avrebbe sentito studenti, dottorandi e ricercatori chiedere conto del sottofinanziamento strutturale dell’università pubblica e di una precarietà che attraversa tutte le fasi della formazione e del lavoro accademico.

È un quadro segnato da risorse asfittiche, che colpisce gravemente i giovani ricercatori, spesso retribuiti con borse inadeguate rispetto al costo della vita e impiegati con contratti privi di tutele e stabilità. Trascurare l’università pubblica significa rinunciare all’innovazione e privare il Paese del capitale umano e culturale necessario per costruire il proprio futuro.

Il semestre filtro, Ministra, è solo l’ultima di una lunga lista di mancanze a cui non state dando risposta.

Da ultimo, nel tentativo di rappresentare questa comunità studentesca, sento la necessità di rivolgermi a chi più di tutti dovrebbe rappresentare noi come cittadini, ovvero al Governo di questo Paese.

Vediamo lo sguardo che riservate alla nostra generazione: avete contribuito a costruire un clima in cui chi partecipa viene guardato con sospetto, in cui chi protesta viene raccontato come pericoloso, in cui chi

si organizza diventa un problema da neutralizzare. E questo clima non colpisce soltanto chi scende in piazza, ma si abbatte con particolare violenza anche su tutte quelle comunità che questo Paese continua troppo spesso a trasformare in capro espiatorio: le persone queer, le persone migranti, chi vive la povertà, chi abita i margini e viene sistematicamente raccontato non come parte della società, ma come una minaccia da isolare e colpevolizzare.

E’ così che si impoverisce la vita democratica di questo Paese. Perché una democrazia muore non solo quando si reprime il dissenso, ma anche quando si sceglie di isolare, colpevolizzare e rendere invisibili le persone che avrebbe il dovere di proteggere. E allora il messaggio che arriva a un’intera generazione è semplice e terribile: state zitti, adattatevi, non disturbate.

Proprio l’Accademia che oggi ci troviamo a celebrare, invece, ci insegna che nei momenti di incrocio della Storia non abbiamo scelta, se non compiere delle scelte.

Noi abbiamo già deciso. Parteciperemo in tutti i modi che conosciamo: ci prenderemo cura di chi viene lasciato indietro e ci organizzeremo insieme, senza mai voltarci dall’altra parte.

Riempiamo di linfa questa nostra Università, abitandola non come un luogo da attraversare in silenzio, ma come uno spazio vivo di sapere, di conflitto, di solidarietà e di trasformazione.

Faremo tutto questo, con orgoglio, perché sappiamo che la democrazia non si custodisce nel silenzio, ma nella presenza; non nell’obbedienza passiva, ma nella partecipazione; non nell’indifferenza, ma nella responsabilità collettiva.

Questo, io credo, è il migliore augurio che possiamo rivolgerci. Buon Anno Accademico a tutte e a tutti.

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