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Il senso profondo dei fiori (anche dopo un esame di terza media)
25 Giu 2026 08:06
La rubrica dello psicologo, a cura di Cesare Ammendola
C’è una ragione antica per cui l’uomo, davanti alla gioia o al lutto, non sa fare altro che cercare un fiore. Forse perché il fiore racchiude, in pochi giorni di vita, l’intera grammatica dell’esistenza: nasce, si apre, risplende, e poi, senza resistenza, senza tragedia, sfiorisce. Regalare un fiore significa offrire all’altro una piccola meditazione sulla bellezza effimera, un memento mori travestito da gesto gentile.
Noi psicologi parliamo di “oggetti transizionali”, di simboli che veicolano emozioni difficili da dire a parole. Ma i poeti lo sapevano già: un fiore non si offre per ciò che è, ma per ciò che evoca. Il girasole non è soltanto un fiore giallo che segue la luce: è la fedeltà che si volge sempre verso ciò che ama. La rosa non è solo profumo e velluto: è il paradosso della bellezza che nasconde la spina, l’amore che è insieme dono e ferita.
Donare fiori è un atto che precede il linguaggio. Prima ancora delle parole di conforto o d’amore, l’uomo ha imparato a posare un fiore (sulla tomba, sulla soglia, tra le mani di chi ama) come se la natura stessa potesse dire ciò che la voce non osa.
C’è, in questo gesto, anche un’umiltà profonda: chi regala un fiore non offre qualcosa di eterno, ma di vero. Non promette che durerà, promette solo che, ora, è bellissimo. E forse è proprio questa fragilità a renderlo perfetto: ci insegna che amare significa accettare di donare ciò che presto svanirà, senza che questo ne sminuisca il valore.
Il fiore, dunque, non è un oggetto: è un atto di presenza. Un modo per dire, senza dirlo, “ti vedo, in questo istante, ed è già abbastanza”.
Bene. Questo preludio per dire due parole sui fiori alla fine di un esame di terza media.
Il fiore, in questo rito, non è un fiore. È un certificato. Dice: “Hai sofferto, e io l’ho documentato con un fondamento della natura e della bellezza.”
Gli psicologi la chiamerebbero appunto “transizione simbolica”: un oggetto che marca il passaggio da uno stato all’altro.
Il fiore come terapia istantanea? Dal punto di vista del benessere psicologico, c’è poco da ridere (anche se noi continuiamo a farlo): ricevere un oggetto bello, profumato (inutile? e del tutto immeritato?) accende nel cervello un piccolo fuoco d’artificio di dopamina. Il fiore non giudica, non chiede la media, non confronta i risultati con quelli della cugina più brava. È pura accoglienza vegetale. In un mondo che misura tutto (voti, crediti, follower) il fiore resta l’unica cosa che si dona senza chiedere il certificato di merito.
C’è poi la dimensione rituale-collettiva: a volte gli angoli dei corridoi della scuola si trasformano, per un pomeriggio, in un piccolo e timido arcobaleno. Genitori che si scattano foto, nonne commosse (ho visto a volte pure quelle), ragazze imbarazzatissime che tengono il mazzo come si tiene un sacchetto della spesa bagnato. È buffo, ma è anche, diciamolocelo, comunità. Affetto reso visibile, anche se un minimo goffo.
E tuttavia, il fiore non deve diventare un cerotto estetico sopra una domanda che nessuno fa mai ad alta voce: “Ma ora stai bene, davvero?” Più facile fotografare i girasoli che chiedere all’altro come si sente.
Forse il segreto è capire che il fiore, come ogni rito umano, è un linguaggio imperfetto per dire una cosa semplicissima: sono fiero di te, anche se non so come dirtelo.
E in fondo, anche questo è poesia: festeggiare la fine di una prova con qualcosa di bello e destinato a finire, proprio come l’ansia, se tutto va bene, che dopo l’esame finalmente appassisce anch’essa.
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