Il fascino erotico del Burraco: segreti di un successo planetario. In Sicilia

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La rubrica dello psicologo, a cura di Cesare Ammendola

Diciamolo senza infingimenti: il Burraco è la forma di seduzione più sottile e meno indagata del costume italiano contemporaneo. Non ci sono sguardi languidi, non ci sono ambigue promesse sussurrate al crepuscolo. C’è un mazzo di carte, un tavolo verde, e quattro persone che si scrutano con l’intensità erotica di chi sta per scoprire il bluff altrui. Eros, in fondo, non è solo desiderio dei corpi: è tensione, attesa, gioco di sguardi, alternanza di rivelazione e nascondimento. E il Burraco, con la sua liturgia di scale, tris e jolly trattenuti fino all’ultimo respiro, è pura drammaturgia del desiderio differito.

Le sue origini affondano nel Río de la Plata degli anni Quaranta, tra Uruguay e Argentina, per poi migrare (come ogni cosa buona e vagamente sospetta) verso l’Italia, dove ha trovato terreno fertile in salotti borghesi e circoli ricreativi. Da lì la sua ascesa è stata inarrestabile: oggi il Burraco riempie tornei estivi in ogni stabilimento balneare della Penisola, con montepremi che vanno dalla coppa di plastica al soggiorno gratis, e con una partecipazione trasversale che farebbe invidia a qualunque sondaggio elettorale.

Perché il vero miracolo sociologico del Burraco è proprio questo: azzera le generazioni. La settantenne in costume intero e il ventenne abbronzato si siedono allo stesso tavolo con identica ferocia competitiva, uniti da una lingua comune fatta di “chiudo”, “prendi il pozzetto” e sguardi d’intesa che valgono più di mille parole. La stessa complicità muta che si scambiano gli innamorati e i complici di un imbroglio riuscito. È un gioco che richiede intuito prima ancora che memoria: bisogna intuire cosa serve all’avversario, cosa nasconde, cosa sta per scartare per pura disperazione. È psicologia applicata travestita da passatempo da spiaggia o veranda.

E qui arriva l’estate, complice necessaria: non a caso il Burraco esplode tra giugno e settembre, quando il tempo si dilata, gli aperitivi si allungano e la voglia di socialità supera quella di solitudine. Non serve prenotare un campo, non serve una racchetta da duecento euro, non serve nemmeno saper correre: bastano un tavolo all’ombra, due mazzi di carte e una scorta infinita di caffè freddo. 

Anche Sinner gioca a Burraco. Se il numero uno del tennis gioca come la zia Assunta, qualcosa vorrà pur dire. Ecco perché, con tutto il rispetto per il boom planetario del padel (che ha trasformato ogni parcheggio dismesso d’Italia in un campo da gioco) il Burraco resta imbattibile su un fronte decisivo: non fa sudare, ma fa sudare freddo. Il padel stanca i muscoli, il Burraco stanca i nervi, e chi ha mai detto che la seduzione non passi anche dall’ansia ben calibrata di un jolly che non arriva mai?

C’è poi una componente creativa che il Burraco custodisce gelosamente: ogni mano è un piccolo romanzo da costruire in tempo reale, un equilibrio tra pianificazione e improvvisazione, tra strategia fredda e istinto caldo. Non è un caso che i tavoli più affiatati siano quelli fatti di amicizie lunghe, complicità rodate, alleanze non dichiarate ma percepite con la stessa chiarezza di un tradimento imminente. Il Burraco, in fondo, non è solo un gioco di carte: è un teatro degli affetti umani, dove la vittoria conta meno della trama, e dove la vera posta in palio (lo sanno bene i suoi adepti più devoti) non è mai il montepremi, ma il piacere sottile di essere ancora, per due ore, imprevedibili. Come la più astuta delle “pinelle in fiore” nel più fatale momento di grazia.

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