I MOMENTI DEL MIO ARRESTO

 

Ci sono momenti nella nostra vita che non possiamo dimenticare perché sono fatti

di gioia e felicità, altri momenti invece lasciano il segno nella loro drammaticità.

Dei fatti, momenti reali su cui ci si può costruire il futuro di una vita intera, momenti

che vorresti non venissero mai perchè attraverso il loro intervento e il loro interagire ti cambiano la vita in maniera indelebile e a volte nel peggiore dei modi.

                             Il mio momento giunse nell’estate del 1987, è nonostante sia trascorso cosi tanto tempo ricordo ancora ogni cosa come se fosse successo pochi secondi fa;  è veramente incredibile come i momenti drammatici della nostra vita non solo la sconvolgono ma restano impressi cosi in profondità da risultare irremovibili.

                             Quando giunse il mio momento avevo compiuto i miei 18 anni da appena un mese e festeggiavo il diploma di scuola media superiore da due mesi; ero stato campione d’Italia di lotta libera per ben due volte negli anni precedenti e proprio il quella estate la Federazione sportiva Italiana mi aveva convocato a Roma nel complesso di Acqua Cetosa  per una selezione di tutte le categorie al fine d’inviare  i migliori atleti di ogni categoria per partecipare al campionato Europeo di lotta liberà che si sarebbe tenuto a Mosca ad ottobre di l quell’anno. 

                            Ero la felicità dei miei e credo che pochi genitori siano stati così orgogliosi così come lo erano loro in quel periodo; lo si poteva leggere nei loro sguardi tutte le volte che mi sorridevano, era come se per loro il sole sorgesse e tramontasse insieme a me.

                             Mio Padre durante il suo lavoro, a scuola, con i suoi colleghi insegnanti e gli alunni, non faceva che parlare di me e di quanto lui forse orgoglioso, in fondo quale genitore non e orgoglioso di avere un figlio che va a scuola con risultati eccellenti e che nel suo sport è già campione di Italia di lotta libera per ben due volte ed è candidato agli Europei? 

                              Quell’estate come premio per i miei 18 anni, il mio impegno a scuola e nello sport, mi aveva comprato un motorino, una vespa bianca modello PK

Ed io ero veramente felice, felice perché mi sentivo amato da tutte le persone che mi circondavano, orgoglioso per i miei successi in tutto ciò che avevo fatto, ma soprattutto perchè i miei genitori e i genitori della mia ragazza per la prima volta ci permettevano di uscire insieme anche di sera. Credo che anche i genitori della mia fidanzata fossero molto orgogliosi di me, altrimenti non si spiegherebbe il fatto che nonostante fossero severi e molto tradizionalisti  permettessero alla figlia (al contrario delle sorelle) di uscire da sola con me.

                               Nei miei ricordi è come se il tempo si fosse fermato ai nostri momenti di felicità, di intimità, alle giornate passate insieme in spiaggia, ma in particolar modo ai progetti che avevamo per il nostro futuro; lei al suo quarto anno di scuola desiderava tanto diventare un medico, io avrei voluto essere un ingegnere.

 

                                Poi arrivò il mio momento; era la sera del 24 Agosto del 1987 e tutto ebbe inizio in una cabina telefonica nei pressi del duomo di ACIREALE, io e un mio carissimo amico ci eravamo da poco lasciati dal resto del nostro gruppo sportivo dopo aver cenato insieme in un ristorante per concordare tutti insieme i dettagli dell’immersione subacquea che l’indomani mattina avremmo dovuto effettuare per visitare un vecchio battello affondato negli anni 40 sulla costa marittima di Acireale, dove si diceva abitassero le più grandi cernie che si potessero cacciare sulla costa. Mi ero fermato in quella cabina telefonica giusto il tempo di chiamare a casa della mia ragazza, dirle quanto mi era mancata, che la amavo tanto e che ci saremmo rivisti l’indomani dopo la mia immersione. Non la rividi affatto l’indomani, né il giorno seguente; la rividi dopo 9 mesi.

 

 Ho cercato in tutti i modi di rimuovere dai  miei ricordi ciò che ebbe inizio in quella cabina telefonica, ma per quanto mi sia sforzato di farlo cercando di seppellire tutto in qualche angolo della mia mente dove neanche io potessi raggiungerlo; è rimasto dominante più di quanto si possa immaginare.

Tornando di nuovo a quella cabina, ricordo il momento in cui una pattuglia di carabinieri vi si accosta chiedendo al mio amico sulla vespa i documenti e di chi fosse il motociclo. In pochi minuti ci ritrovammo in caserma, dove ci fecero delle domande su dove eravamo stati quella sera e con chi, e poiché non avevamo nulla da nascondere, gli raccontammo della serata. persone che vi avevano preso parte e del ristorante in cui questa si era tenuta e sia i ragazzi del nostro gruppo sportivo che il gestore del ristorante, confermarono la nostra versione. Ma quando giunsero i derubati e ci misero a confronto con essi, questi ci puntarono il dito addosso gridando nella loro lingua. Non dimenticherò mai il senso di smarrimento e di paura di quei momenti, l’espressione di odio che quei turisti avevano verso di noi nonostante fosse la prima volta che ci vedessero. Ma chiedo, ancora adesso, dopo tanti anni, la motivazione che portò quelle persone a puntare il dito contro di noi. Fatto sta che noi eravamo veramente innocenti e che questi nel loro gesto non solo misero fine alla nostra infanzia nel modo più traumatico possibile, ma ci cambiarono la vita. Ci ritrovammo in prigione, tra la disperazione e l’angoscia dei nostri genitori, i quali non riuscendo a farsene una ragione, andarono in Germania per incontrare questa coppia che si scoprì agli atti essere di origine turca. Intrapresero questo viaggio per convincere queste persone che noi non eravamo i ragazzi che loro credevano. Ma come risultato ottennero solo di farsi diffidare dalla polizia tedesca e di aggravare le nostre posizioni giuridiche.

Nel frattempo, nella nostra permanenza in prigione, cominciammo a maturare il seme della sfiducia e della rabbia nei confronti della società e  delle istituzioni. Ci condannarono a tre anni e otto mesi, concedendoci però la sospensione della pena dopo nove mesi. Dopo la mia liberazione, volevo capire come fosse possibile in maniera empirica, che due persone completamente incensurate e sconosciute alle forze dell’ordine, potessero finire in una realtà che non era lontanamente contemplata dai nostri  ensieri.

Dopo qualche ricerca, venni a scoprire i veri colpevoli di quel reato, ma non mi bastò. La sofferenza continuava. Qualcuno mi consigliò di registrare di nascosto la loro confessione, ma a quale giustizia avrei dovuta consegnarla? La stessa che circa un anno prima mi aveva condannato? E anche se l’avessi fatto, chi mi avrebbe restituito quello che avevo perso? A seguito di quell’evento non sono più riuscito a tornare il ragazzo di prima e non voglio assolutamente essere compatito da nessuno perchè successivamente ciò che sono stato l’ho deciso io, ma mi è inevitabile oggi, con il senno di poi, chiedermi come sarebbe stata la mia vita oggi, se non avessi vissuto quell’esperienza. Sarei la stessa persona che sono adesso? 

 

Mario Catalano   

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