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Dramma allevatori: costretti a macellare vacche da latte per salvare le stalle
07 Apr 2022 05:49
DI Antonio Casa
Immaginate un futuro senza latte fresco, ricotta e formaggi, dal caciocavallo al tumazzo e al Ragusano
Dop. Neanche il grattugiato da mettere sui primi piatti o sulle scacce. La produzione di latte ragusano, il
70% della produzione siciliana, è in pericolo perché sta scomparendo l’animale di produzione. Per quale
motivo?
Ogni settimana, in media, nei macelli ragusani vengono abbattuti centinaia di capi di bestiame per farne
carne da destinare al consumo. Due settimane fa è successo qualcosa di anomalo, perché in pochi giorni
nelle strutture sono state dirottate settecento vacche di varie razze e grandezze. Non mucche qualsiasi, a
“fine carriera”, ma quadrupedi che avevano ancora anni di produzione di latte dinnanzi.
Per pagare le forniture di mangime, gli allevatori iblei sono costretti a portare gli animali ai macelli. Con
la crisi causata dall’aumento dei costi energetici, dei carburanti e delle materie prime, la filiera è caduta in
depressione. Ormai i mangimifici vogliono essere pagati in contanti, mentre i proprietari delle stalle
producono in perdita. Rispetto all’attuale prezzo del latte praticato dalle industrie di trasformazione (33
centesimi/litro), a fine giornata subiscono una perdita di 7 centesimi sempre al litro. Un’azienda agricola
di medie dimensioni perde fra i 150 e i 250 euro al giorno. Il conto a fine mese è presto fatto: -7.500 euro.
Il sacrificio delle mucche non è esente da ulteriori perdite, perché la rendita di un singolo capo viene
calcolata nella lunga distanza. Oltretutto, l’aumento di carne bovina è deprezzato. Nel rimpallo fra offerta
e domanda, alla carne macellata non viene corrisposto il prezzo congruo all’origine. E l’offerta di carne,
ora, è aumentata a dismisura. E chi paga il trasporto dei capi di bestiame dalle aziende alle strutture di
macellazione? Risposta fin troppo facile.
“Per le circa 400 aziende del settore è un’altra mazzata, dopo quella delle quote latte – spiega Giovani
Gulino, il presidente di Confcooperative Ragusa che per primo ha lanciato l’allarme -. Per salvare le
mucche più giovani, pertanto più produttive, i nostri allevatori fanno cassa con il macello di vacche che
ancora potrebbero produrre latte per altri quattro-cinque anni. Le strutture sono stracolme, per cui hanno
abbassato il prezzo della carne corrisposto agli allevatori.”
Anello debole di una filiera che passa per industrie e grande distribuzione organizzata, oggi le aziende
zootecniche impiegano direttamente circa duemila lavoratori, senza contare l’indotto che è dà lavoro e
stipendio a un numero superiore anche per tre volte. Qualcuna ha già iniziato a licenziare i propri
dipendenti, perché altrimenti non riesce a pagare bollette e fatture. “Calo di produzione e di posti di
lavoro sono sotto gli occhi di tutti – continua Gulino -. Purtroppo scontiamo equilibri internazionali, la
guerra in Ucraina e il prezzo del petrolio hanno fatto il resto. Francia e Germania sono i Paesi che
decidono il prezzo del latte all’origine.” Nei prossimi giorni è atteso un accordo fra le parti sotto l’egida
della Prefettura. Per tenere la produzione di latte, gli allevatori non possono scendere sotto i 40 centesimi
al litro.
Per la Ragusa agricola, che produce eccellenze ampiamente riconosciute, è una minaccia sotto tutti i punti
di vista. L’agricoltura e la zootecnia in particolare hanno un’importanza fondamentale nell’economia del
territorio. Non sono soltanto tradizione o tassello della gastronomia. Negli anni, l’intero settore ha
catalizzato l’attenzione di diversi giovani che si sono specializzati per rimanere qui ed evitare ulteriori
migrazioni per mancanza di occupazione. “Servono aiuti materiali – conclude Gulino – altrimenti molte
aziende chiuderanno, con tutto quello che ne consegue.”
Nelle prossime settimane sentiremo parlare di un’altra direttiva Ue. È quella sul controllo delle emissioni
industriali che viene estesa anche agli allevamenti di bovini, suini e pollame con più di 150 unità di
bestiame, assoggettati ai grandi impianti manifatturieri. In arrivo vincoli e divieti.
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