DAD? No, grazie. Abbiamo già dato

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“Houston …! Qui Ragusa.”La rubrica dello psicologo, a cura di Cesare Ammendola.

Il fantasma della “Didattica A Distanza” non è stato invitato all’apertura imminente delle scuole. Fortunatamente (e con buona pace del galateo).
E l’auspicio è che sia tenuto il più a lungo possibile a distanza (ben oltre i due metri “virologici”). Rivivere a sprazzi l’avventura controversa (e tuttavia, a tratti, necessaria) della DAD per alunni, famiglie e docenti sarebbe infatti deludente. E nemmeno funzionale, a mio modo di vedere.

Per quello che vale, dirò la mia su questo tema anche all’ex ministra Azzolina, lunedì (13 settembre, alle 17.30, a Modica, nello splendido scenario del Castello dei Conti), in seno ad un convegno “in presenza”, che si preannuncia quanto mai scoppiettante.

Si parla della DAD. Ma la DAD non esiste in sé. È molte cose diverse. Perché l’orizzonte di un bambino di 4 anni non è assimilabile a quello di un diciassettenne.
Il viaggio stupefacente che i bambini, dai 3 agli 11 anni (almeno), intraprendono socchiusi in una stanza di parole, giochi, sguardi, stimoli immediati, nell’improvvisazione delle mille possibilità di una classe fisica e vivente, con coetanei dotati di vitalità nelle tre dimensioni dello spazio e dello spirito e con maestre che saltellano qua e là attorno alle cattedre e alle lavagne più animate, è un’avventura irripetibile che da secoli chiamiamo “scuola” e che dovremmo chiamare invece “Diritto alla Crescita”.

In età evolutiva, nel cuore di una primavera psicologica, ogni dettaglio è cruciale. Perché tutto dell’essere è in creazione. A questa età il tempo non può essere misurato con la clessidra degli adulti, né tanto meno con l’orologio da polso dei politici. A questa età, un mese a scuola vale dieci anni della vita di un adulto (già strutturato).
La DAD, nell’emergenza sanitaria, in cui il dramma dei trasporti e dei vaccini non è stato affrontato sino in fondo dagli adulti, sarebbe forse un sacrificio “temporaneamente sostenibile” per i più grandi (gli over 12).
Ma per i più piccoli, alla lunga, sarebbe come il titolo di una poesia senza versi. Come un “furto” inconsapevole di sorrisi a venire. Un barbatrucco senza colore. E, a mio avviso, sarebbe anche un errore sociale. E noi psicologi dovremmo farci sentire di più a riguardo nelle sedi opportune.

Si dice da più parti che il problema dei contagi fosse legato soprattutto all’ambiente scolastico. Io non ho visto esattamente questo.
Se dici a un bambino (di scuola Primaria) di tenere la mascherina per cinque ore sopra il naso, il bambino lo fa.
Se dici a un bambino di stare sempre un po’ a distanza dai compagni e di andare a turno in bagno, il bambino lo fa.
Se dici a un bambino di lavarsi e sanificarsi le mani di continuo, il bambino lo fa.
Se dici a un bambino di sorridere alla compagna della classe solo con gli occhi, il bambino lo fa.
Se dici a un bambino di impegnarsi nella lettura, anche quando la lettura sembra una corsa a perdifiato, il bambino lo fa.
Se dici a un bambino di farsi due tamponi in un mese, il bambino li fa (con o senza lacrimuccia).
Se dici a un bambino che per alcuni giorni deve restare recluso in casa, perché il cugino di terzo grado della prozia di settimo è risultato forse positivo, il bambino lo fa.

Ecco. In un anno e mezzo di pandemia ho capito a scuola almeno una cosa. Il virus odia tutti i bambini, perché nella favola che i bambini scrivono ogni giorno nel diario, il virus è come il lupo di Cappuccetto Rosso: alla fine il lupo fa una brutta fine.

Cesare Ammendola

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