CRONACA DI UNA DIREZIONE

Direzione nazionale del PD: si potrebbe dire, ricorrendo a parole fin troppo usate, il nuovo che avanza. Diretta streaming per un avvenimento senza dubbio importante, anche se appare poco opportuno seguire le orme di Grillo in questa occasione, una sorta di tentare il tutto per tutto, che sa di rassegnata consapevolezza del momento.

Le strette di mano e i sorrisi iniziali, i nuovi eletti, sanno di festa, dell’inizio di un nuovo percorso, c’è anche il fotografo, non si sa se per aggiornare i file dei server o per la foto di ceramica da mettere sulle lapidi politiche.

Si inizia con l’intervento di Bersani, che ufficializza gli otto punti fondamentali di un suo ipotetico programma di governo.

Per inciso, gli otto punti da sottoporre al voto sono uno sformato di proponimenti e vecchie promesse da campagna elettorale che potrebbero, magari, stare bene in piazza, per un comizio, ma non fra addetti ai lavori che sanno benissimo quanto poco si potrà realizzare in tempi brevi degli otto punti.

Mancanza, da alcuni i ritenuta fondamentale, anche solo di un accenno all’abolizione dei rimborsi ai partiti, elemento, quindi, non fondamentale per Bersani. Addirittura qualcuno, a proposito dell’abbandono della sala da parte di Renzi, dopo l’intervento del segretario, ha voluto intravedere come il sigillo sul mancato riconoscimento di quello che Renzi, d’accordo con Grillo aveva considerato una priorità.

Se a questo, che sembra un ultimo tentativo di trovare sostegno nel partito, si aggiunge un tono dimesso, rassegnato, rabbuiato, enfatizzato dallo stare chino sul leggio, ci si rende conto che non se ne esce.

Sono pur sempre i vincitori di questa tornata elettorale, ma restano i pargoli che desiderano abbracci, applausi e bacetti dai nonni e dagli zii per assorbire bene che hanno recitato come si deve la poesia.

La gabbia dell’austerità, le misure urgenti per il sociale e il lavoro, riforma della politica, giustizia e conflitti d’interesse, green economy, istruzione e ricerca: né più né meno di un contratto alla Berlusconi, un piano che nemmeno in cinque anni andrebbe a compimento. Opinabile in condizioni normali, indecifrabile nell’attuale.

Dopo un’analisi della situazione che ha portato ai risultati elettorali, Bersani si dice pronto a proporre un governo di cambiamento, rivendicando il diritto di provarci e anticipando che si andrà in rete per recepire istanze dei cittadini. Interessante l’enunciato sulla rimonta del PDL, dovuta, secondo il segretario, a un effetto ottico.

Gli interventi, per la maggior parte, non si distaccano dalle previsioni, quasi, se non tutti, seguendo il ‘foglietto’. Sono interventi di pura esibizione retorica, tendenti, con varie sfumature, alla difesa del segretario. Non ci sono posizioni radicali ma resta, comunque nell’aria, un’atmosfera carica di tensione.

Appena critiche le parole del sindaco di Bari Emiliano che esorta il partito a tornare fra la gente, Barbara Pollastrini esordisce con l’incitamento a combattere il femminicidio, importantissimo ma alquanto fuori luogo tanto da lasciare indifferente la platea. Uniche note dissonanti quelle del montiano Ranieri che ha esortato a non subire ancora da parte di Grillo e Casaleggio, propendendo per un governo del Presidente che porti a nuove elezioni e quella di Civati che ha detto che occorre indicare un nome nuovo per la carica di premier.

Fra primi interventi il più forte è stato quello del neo senatore Russo, di Trieste, che ha calcato la mano sull’aspetto del parziale rinnovamento del partito. A favore di accordi con Grillo, che viene visto come inevitabile interlocutore, Ivan Scalfarotto e la Puppato.

Particolarmente atteso l’intervento di D’Alema che ha auspicato un rinnovamento del partito, non legato necessariamente alla rottamazione, funzionale ad un possibile dialogo con i grillini, ma che deve anche liberarsi dalla sindrome dell’inciucio (chiamata malattia psicologica) pur specificando che, Berlusconi presente, si rendono impraticabili accordi con il PDL.

Verso le 15 si nota l’allontanamento di Veltroni che, come era stato per Renzi, va via, rinunciando all’intervento. Assai critico nei confronti di Renzi l’intervento di Gianni Cuperlo che non ci sta all’attivismo del sindaco di Firenze, visto come un problema di democrazia interna, con logiche e percorsi paralleli che non lo convincono.

Severi gli interventi dei ‘giovani turchi’, Andrea Orlando e Matteo Orfini, rispettivamente responsabili giustizia e cultura del Pd, con parole che hanno superato la moderazione del loro capocorrente Fassina, che aveva parlato prima. Orfini ha addirittura parlato dell’esigenza, anche se non in tempi stretti, del congresso.

Ci si avvia verso la fine della Direzione con altri interventi che mantengono tutti toni autoctritici sull’impostazione della campagna ma non fanno intravedere vie d’uscita all’impasse istituzionale, diverse da quelle analizzate.

Renzi non ha parlato, forse con la coerenza di non voler approfittare della situazione, ma pesante sono state le parole di Reggi, l’ex coordinatore della campagna per le primarie di Renzi, “Bersani è in una situazione molto difficile, alla fine dovrà arrendersi. Con Renzi il Pd avrebbe preso dieci punti in più, avrebbe vinto tranquillamente anche al Senato. Così è stato un suicidio, un rigore sbagliato a porta vuota”.

Questa Direzione, in sintesi, ha evidenziato tre posizioni, determinate ma in attesa del tentativo di formazione del governo che, in ogni caso non viene negato a Bersani.

Si nota una componente di sinistra, quella dei ‘giovani turchi’, critica verso l’atteggiamento subalterno alle politiche di Monti, che hanno determinato la sconfitta elettorale, che vede nell’accordo con Grillo l’unica via oltre la quale si prospetta il voto a cui il Pd deve presentarsi con una linea più decisamente di sinistra.

C’è poi la componente del centro, fedele a Bersani, in prevalenza ex popolari, che, per bocca di Franceschini non esclude una gestione più collegiale del partito, prefigurando un certo indebolimento del leader, specie se dovesse fallire il tentativo di formare il governo.

L’area liberal-veltroniana, che evidenzia una sempre maggiore vicinanza con Renzi e che ha visto lo stesso Renzi e Veltroni non intervenire nel dibattito, si espressa con le parole di Gentiloni che ha detto : ”se ci fosse un insuccesso della nostra proposta, questo non ci porterebbe necessariamente ad elezioni anticipate subito».

La replica di Bersani, in chiusura, prima della votazione, non ha fatto, di certo, vibrare le corde dei presenti, piuttosto scialba. Ha evidenziato la necessità della proposta espressa, si è mostrato disponibile al superamento dell’attuale sistema del finanziamento dei partiti, pur sempre con qualche distinguo, si è detto soddisfatto per aver intravisto «forte capacità e volontà di reazione».

Ha infine ribadito che si dovrà fissare l’assemblea per la convocazione ordinaria del congresso.

La relazione e la replica sono state approvate con un solo astenuto.

In definitiva Bersani prosegue sulla strada dell’accordo con Grillo come unico sbocco alla situazione che si è venuta a creare.

Al momento, unico e solo commento di Grillo alla riunione di Direzione, sul suo blog: “Pd ha più punti in comune col Pdl che con M5S”.

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