Cosa direbbe una nonna siciliana del matrimonio show dei “Me contro Te”?

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La rubrica dello psicologo, a cura di Cesare Ammendola

Una fiaba contemporanea vista dalla cucina, tra fornelli e social. Mia nonna, che di matrimoni ne aveva visti tanti (il suo, celebrato con “quattro” invitati e un vestito “riadattato” da quello di sua sorella) davanti al matrimonio dei “Me contro Te”, i due youtuber Luì e Sofì che si sono sposati all’Unipol Arena di Milano con migliaia di spettatori paganti in tribuna, si sarebbe fatta il segno della croce, avrebbe sospirato “Madonna santa!”. Poi, da vera osservatrice della natura umana qual era, senza aver mai letto un manuale di psicologia, ma avendone vissuti gli effetti collaterali per ottant’anni, avrebbe detto qualcosa di molto più acuto di quanto sembri a prima vista: “Ma chista è festa o è cinema?”

Perché è proprio questo il nodo, sciolto istintivamente da chi non ha mai avuto un profilo social, ma ha sempre saputo leggere la gente: quando il privato si veste da spettacolo, smette di essere soltanto privato, e comincia a vivere una doppia esistenza (quella vissuta e quella raccontata, quella provata e quella fotografata). Mia nonna, che il matrimonio lo intendeva come una cosa da custodire dentro le mura di casa, tra parenti e vicini fidati, non avrebbe capito il bisogno di aprirlo a un’arena intera di sconosciuti. Non per snobismo, ma perché per lei un momento tanto intimo perdeva valore proprio nel farsi vedere da chi non aveva nulla da dare in cambio se non un biglietto.

Non è mia nonna, però, a dover giudicare la scelta della coppia in sé e nemmeno noi dovremmo affrettarci a farlo. La domanda più interessante, quella che lei avrebbe posto tra un caffè e l’altro senza saperla formulare in termini accademici, è un’altra: cosa succede a un’esperienza così personale quando viene vissuta, insieme, anche attraverso lo sguardo di migliaia di persone che pagano per assistervi? Sempre più spesso, oggi, non ci si limita a vivere qualcosa: ci si chiede simultaneamente come apparirà quel momento, come verrà raccontato, condiviso, immortalato. E questo sposta silenziosamente l’attenzione dalla sostanza dell’esperienza alla sua immagine riflessa, rischiando di scambiare il valore della visibilità con il valore autentico di ciò che si sta realmente vivendo.

C’è un dettaglio che mia nonna, cresciuta a pane e osservazione, avrebbe colto immediatamente: buona parte del pubblico che segue i “Me contro Te” è composta da bambini e preadolescenti. Ed è proprio in quell’età che i modelli osservati pesano di più nel costruire aspettative sull’amore, sul successo, sulle relazioni future. Un matrimonio trasformato in grande evento può facilmente somigliare a una favola moderna, dove amore, popolarità, bellezza e approvazione pubblica si mescolano fino a diventare indistinguibili. Questo non significa che un bambino che guarda quello spettacolo si farà per forza un’idea sbagliata dell’amore. Sarebbe una scorciatoia troppo comoda. Ma proprio perché i più piccoli imparano guardando, tocca a chi li accompagna aiutarli a distinguere la rappresentazione di un legame dal legame vero.

Il rischio più ampio, quello che riguarda tutti noi e non solo i bambini, è che in una società innamorata dell’immagine si finisca per confondere sempre più spesso la felicità con la sua messa in scena. Si può mostrare una relazione senza mai raccontarne davvero la trama profonda. E per capire come funzioni davvero un legame, diceva in fondo anche mia nonna a modo suo, bisogna guardare cosa resta quando il pubblico se n’è andato, le luci si sono spente, e in cucina restano solo due persone, sole, con i piatti da lavare: l’unico vero collaudo che nessuna arena potrà mai certificare.

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