Come c’è finito il brand giallo di Ragusa su Saturno?

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La rubrica dello psicologo, a cura di Cesare Ammendola

C’è qualcosa di squisitamente psicologico nel fatto che un logone giallone sorridente, piazzato all’ingresso di una borgata marina siciliana, sia riuscito a raggiungere gli anelli di Saturno prima ancora di convincere tutti i suoi concittadini. È la dimostrazione plastica di una legge non scritta della comunicazione contemporanea: il meme viaggia più veloce della sonda spaziale, e infinitamente più veloce del consenso locale.

Pensateci: agenzie pubblicitarie spendono fortune in campagne patinate, installazioni concettuali, opere di design che ambiscono a diventare arte post-moderna da manuale. E poi arriva un cartello giallo con due occhi immaginari e un sorriso stampato, oggetto di battute e polemiche, e in tre giorni conquista una popolarità che nessun brand manager avrebbe mai osato sognare. Il motivo è semplice e disarmante: il meme non chiede il permesso di piacere. Circola perché irrita, diverte, divide. E la divisione, si sa, genera più energia condivisibile di qualunque armonia patinata. La polemica è il vero motore propulsivo del web: un’astronave a combustione umana, alimentata a indignazione e ironia in parti uguali.

C’è poi una dimensione più intima, quasi affettiva, dietro questa storia. Chi si sente ferito dalla scritta “Ragusa” all’ingresso di Marina (o “Mazzarelli”, per dirla con la filologia dei nativi) non protesta per pignoleria toponomastica, ma per un bisogno più profondo: essere visti, essere nominati con la parola giusta, sentirsi rappresentati esattamente come ci si percepisce. È psicologia dell’appartenenza allo stato puro: il nome del luogo in cui viviamo non è un dettaglio burocratico, è una piccola cattedrale identitaria, e guai a chi ne sposta anche una sola pietra.

Eppure c’è una lezione più elegante che questa storia, quasi per sbaglio, ci consegna. Chi abita Marina da mezzo secolo, chi vi trascorre non solo le estati ma intere stagioni di vita, non è un ospite né un intruso: è un ragusano ad ascendente mazzarello, per usare una formula quasi astrologica, e infatti non stupisce che tutta la vicenda sia finita proprio nei cieli. In un mondo che si ostina a tracciare confini sempre più minuti, tra quartieri, frazioni, campanili, forse dovremmo imparare proprio dai giovani iblei che oggi studiano a Milano, lavorano a Berlino o si formano oltreoceano, e che si sentono, con naturalezza disarmante, cittadini del sistema solare prima ancora che di una singola via. Sono i figli di Saturno.

C’è un’ironia finale, quasi poetica, in tutto questo: il logone giallo, tanto discusso quanto “diversamente bello”, nasce come oggetto di divisione e finisce, suo malgrado, per diventare simbolo di un desiderio opposto: quello di essere, almeno per un istante, uniti. 

Forse la scritta più giusta non era “Ragusa”, né tantomeno “Mazzarelli”, ma qualcosa di più audace e più fragile insieme: un invito all’armonia, magari scritto proprio come un sorriso stampato su un cartello giallo, visibile (perché no?) anche tra gli anelli di un pianeta lontano, in un angolo di Mediterraneo che continua, testardamente, a cercare i propri smile.

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