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Casa Quasimodo, tra verità storica e identità territoriale: il rischio di demolire ciò che serve a costruire il futuro
01 Giu 2026 13:50
La riflessione del professor Uccio Barone effettuata in queste ore sui social attorno a Casa Quasimodo. definendola una Csa “fasulla” cioè un falso storico, si è presto trasformata in una polemica bella e buona. Addirittura è dovuto seguire un suo secondo post dal sapore di scuse e di rettifica, probabilmente per le pressioni ricevute. Al netto di tutto ciò e della pochezza delle eventuali dinamiche che stanno dietro, una cosa è certa: il suo post ha il merito di riportare al centro del dibattito un tema fondamentale: il rapporto tra verità storica, tutela del patrimonio culturale e utilizzo delle risorse pubbliche. Dal punto di vista dello storico, le osservazioni di Barone appaiono difficilmente contestabili. I documenti raccontano una storia diversa da quella che negli anni è stata sedimentata nell’immaginario collettivo. Quella che oggi viene indicata come Casa Quasimodo non fu la casa nella quale il Premio Nobel trascorse la propria esistenza modicana. Lo stesso poeta nacque nei locali della stazione ferroviaria di Modica mentre la famiglia era in procinto di trasferirsi altrove. Sotto questo profilo, parlare di “casa natale” è certamente una forzatura.
Eppure il punto è proprio questo: è sufficiente fermarsi alla sola ricostruzione storica? Probabilmente no.
Perché la questione Casa Quasimodo non può essere letta esclusivamente attraverso la lente dello storico. Esiste infatti un’altra dimensione, altrettanto importante, che riguarda il marketing territoriale, la costruzione dell’identità di una comunità e la capacità di un territorio di raccontarsi al mondo. La storia è una disciplina rigorosa e deve continuare ad esserlo. Il marketing territoriale, invece, lavora su un piano diverso. Non costruisce falsificazioni, ma narrazioni. E le narrazioni sono spesso il motore attraverso cui città e territori riescono a trasformare il proprio patrimonio culturale in attrattività economica e turistica. Va quindi dato merito all’on. Ignazio Abbate di essersi reso promotore di questo acquisto ed aver reso quella casa u elemento importante, se saputo in futuro utilizzare, di forte marketing strategico del territorio. Che quella casa non sia stata la dimora stabile di Salvatore Quasimodo è un dato storico. Che Quasimodo abbia avuto un legame con Modica è però altrettanto vero. È vero che il padre lavorò nelle ferrovie. È vero che la vicenda familiare del poeta attraversa questa città. È vero che Modica rappresenta una delle radici della sua identità. Esiste dunque un fondamento storico, magari più tenue di quanto una certa retorica abbia raccontato negli anni, ma certamente non inesistente tantè che lo stesso Barone afferma da assessore alla Cultura nel 2000/2002 col sindaco Ruta acquistarano con fondi regionali la quadreria e gli abiti da cerimonia indossati a Stoccolma dal poeta. perchè mai lo avrebbero fatto se Quasimodo con Modica non ha avuto nulla a che fare? Bravo lui e l’allora sindaco Ruta che comprarono gli abiti del Poeta e da crcifiggere Abbate per l’acquisto di quella casa? Ci sembra ingeneroso.
Oggi non non bisogna chiedersi soltanto se Casa Quasimodo sia storicamente perfetta. Bisogna chiedersi se sia utile al territorio. E la risposta, piaccia o meno, è sì. Basta viaggiare un po’ per rendersene conto. In Italia, per non andare troppo lontano, esistono città che hanno costruito fortune turistiche attorno a elementi culturali assai più deboli, talvolta perfino discutibili dal punto di vista documentale. Luoghi che hanno saputo trasformare suggestioni, leggende, tradizioni popolari e collegamenti indiretti in potenti strumenti di promozione. Modica, invece, sembra spesso incapace di valorizzare persino ciò che realmente possiede.
Da una parte abbiamo una città patrimonio UNESCO, una storia millenaria, una tradizione letteraria prestigiosa, un patrimonio monumentale straordinario e una figura come Salvatore Quasimodo che rappresenta uno dei pochi Premi Nobel della letteratura legati alla Sicilia. Dall’altra continuiamo ad alimentare un dibattito che rischia di trasformarsi in un esercizio di autodemolizione permanente. La sua denuncia sulla necessità di valorizzare figure come Tommaso Campailla è assolutamente condivisibile. È difficile non concordare sul fatto che uno dei più importanti filosofi e scienziati del Settecento europeo meriterebbe maggiore attenzione. Così come meritano attenzione la chiesa rupestre di Santa Venera, San Nicolò Inferiore e tanti altri tesori spesso dimenticati.
Ma valorizzare Campailla non significa demolire Quasimodo. Recuperare Santa Venera non significa cancellare Casa Quasimodo.
La tutela dei beni culturali non è un gioco a somma zero. Il vero problema non è l’esistenza di Casa Quasimodo. Il vero problema è l’assenza di una strategia complessiva che metta in rete tutte le eccellenze culturali della città. In questa vicenda emerge infatti una questione più profonda. Da anni Modica vive di rendita grazie all’effetto trainante generato dal fenomeno Montalbano. Un fenomeno che, inevitabilmente, mostra oggi segni di rallentamento. Il turismo contemporaneo richiede nuovi racconti, nuove motivazioni di viaggio, nuove esperienze. In questo scenario diventa indispensabile ampliare il ventaglio delle attrazioni culturali.
Casa Quasimodo, da questo punto di vista, non rappresenta soltanto un edificio. Rappresenta un tassello di un racconto più ampio, un luogo fisico, che riguarda la città, la sua identità e la sua capacità di competere nel mercato turistico internazionale. Lo stesso ragionamento vale per il dibattito ricorrente sul centro storico. È vero che Modica non è più quella degli anni d’oro. È vero che esistono problemi di sicurezza, di decoro urbano e di gestione degli spazi pubblici. Sarebbe sciocco negarlo. Ma è altrettanto vero che il centro storico continua a vivere. Basta passeggiare nelle sere dei fine settimana per vedere locali pieni, turisti, famiglie, giovani e visitatori animare le strade della città. Non è il paradiso. Ma non è neppure il deserto urbano che talvolta emerge da certe rappresentazioni. Ed è qui che il dibattito dovrebbe forse cambiare prospettiva. La critica è necessaria. Il confronto è indispensabile. La denuncia delle inefficienze è un dovere civico. Ma una comunità cresce quando riesce a costruire, non soltanto quando riesce a demolire. Perché una città che smette di credere nel proprio racconto finisce inevitabilmente per perdere anche la capacità di attrarre chi quel racconto potrebbe volerlo ascoltare.
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