TELEMACO, CHI?

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Il prossimo giorno 15 luglio si dovrà – almeno nelle sue linee generali – conoscere il reale significato che Renzi nel proporla e i vertici europei nel recepirla si è inteso dare alla “flessibilità”.

Il duro intervento del parlamentare Weber del Ppe non fa sperare molto ed altrettanto si può dire della posizione che ha assunto la più nota delle banche tedesche.

Dall’altra parte la Merkel ha tenuto a precisare che le posizioni bancarie possono anche non coincidere con le finalità politiche. Renzi nel suo discorso di Strasburgo, dopo aver ricordato che nel 2003 l’Europa venne in reale soccorso alle difficoltà economiche cui andava incontro in quel periodo la Germania, ha inteso porre all’esame politico un quesito che gira nella bocca e nella mente di tutti, ma che non viene elevato a principio politico sul quale tutti gli europei dovrebbero non solo essere d’accordo, ma costantemente difendere.

Cos’è l’Unione Europea? Un insieme di 28 Stati fra  loro geograficamente vicini sottoposti a regole e principi economici predisposti a tavolino che hanno deciso di rispettare nelle loro economie domestiche oppure oltre mezzo miliardo di persone che potrebbero o dovrebbero decidere di darsi delle altre regole da rispettare diverse da quelle economiche in vigore?

Si può anche aver inteso l’intervento di Renzi in senso diverso, ma la prima impressione è stata diversa e se così è una nota di merito gli va riconosciuta.

Nell’arco dei previsti mille giorni per operare e attuare quelle riforme ritenute necessarie e indispensabili perché incominci e calare o quanto meno a non aumentare il debito pubblico di certo passeranno alla storia. Questi 1000 giorni di previste modifiche per non rischiare di vederli trascorrere in discussioni inutili, fumose e in definitiva volti a non cambiare niente, devono essere preceduti dalla certezza della vigenza di una legge elettorale definitiva cui, eventualmente, fare ricorso se l’iter delle riforme s’inceppa o lo si vuole intenzionalmente inceppare.

Sconvolgere e riposizionare un assetto burocratico che si è consolidato nel tempo non per colpa dei funzionari pubblici, ma per un’interrotta serie di leggi e regolamenti nati e voluti dalla politica non è impresa facile ed agevole perché nel mentre la macchina deve pur sempre girare e funzionare.

L’ostacolo ancora più forte e più difficile da superare e adeguare è quello della ripristino della modifica del Titolo V che ha creato nel tempo un’impressionante numero di società partecipate dal pubblico il cui costo operativo annuale di funzionamento è alquanto elevato.

Queste società partecipate sono nate per la maggior parte  da scelte politiche e dovrebbe, quindi, ora essere la stessa politica che li ha generate a doverle sopprimere. A pagarne le possibili conseguenze potranno essere anche i dipendenti che vi lavorano che a prescindere dalle modalità con le quali sono stati assunti devono necessariamente essere protetti e tutelati. Si dovrà valutare di volta in volta se la spesa maggiore è data dalle indennità, dagli emolumenti e dalle spese obiettivamente inutili e improduttive oppure dalle retribuzioni del personale.

Saranno mille giorni di discussioni in buona parte inutili se si è d’accordo nel ritenere che uno dei principali obiettivi è quello della riduzione della spesa.

L’Europa del futuro, se abbiamo ben capito, non può guardare i problemi che affliggono uno dei 28 stati europei come afferenti solo ed elusivamente a quel paese che li sta vivendo, ma piuttosto come un problema che in certa misura riguarda anche gli altri paesi membri.

In definitiva, cosa lega i 28 paesi dell’Unione Europea? Solo il rispetto di regole economiche e non anche e in certa misura anche l’aiuto degli altri Paesi?

Nella prima ipotesi ad unirci è solo una moneta comune che oltre tutto comune del tutto non lo è.

Forse spetterà a Telemaco intestarsi  questo problema e lottare cercando appoggi e aiuti nel colleghi europei dimenticando di aspettare il padre e sempre che i Proci nel frattempo non si mangino e divorino tutto quanto sta attorno a loro.

 

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