DISSENSO E DISCIPLINA

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Le riforme continuano ad essere al centro del dibattito di questi mesi, anzi, sono la vera “chiave di volta” che tengono tutta la politica italiana: giustificano “l’alleanza tra diversi” (NCD e PD), ma anche “il dialogo tra opposti” (PD-FI e PD-M5S), e adesso costituiscono la “copertura politica” delle deroghe di cui fruiranno i Paesi Europei (tra cui noi) in funzione della crescita.

 

Quando si parla di riforme il nostro Paese ragiona “ad ampio spettro” si va da quelle dell’assetto istituzionale, alla legge elettorale, al mercato del lavoro, alla giustizia, alla scuola, alla pubblica amministrazione e chi più ne ha più ne metta …

 

Un Paese fermo da oltre 30 anni (la Commissione Bozzi data 1983, l’ottimo Ruffilli fu fermato a colpi di pistola nel 1988), non necessita di una “manutenzione ordinaria”, ma di un energico rivolgimento organizzativo!

 

Più è complesso il cambiamento, più ampio è il perimetro delle riforme, più ambizioso il progetto, maggiori sono gli interessi che si sentono minacciati e quindi maggiore è la necessità di “fare quadrato” intorno a chi si lancia in questa avventura; credo che gli elettori abbiano compreso questa condizione e il consenso dato a Renzi (credo a lui più che al PD) da 41 elettori su 100 lo dimostra.

 

Sembra invece che all’interno del PD una analoga determinazione stenta a farsi strada.

La situazione all’interno del partito è alquanto delicata, a fronte di un successo congressuale vicino al 67,55%, Renzi si confronta costantemente con gruppi parlamentari in maggioranza espressione della vecchia maggioranza bersaniana, peraltro la perfetta sintonia tra gli organismi di partito e i gruppi parlamentari quasi mai si realizza in modo pieno, a maggior ragione nei momenti di cambiamento di linea politica.

 

Renzi, ha sempre tenuto a fare deliberare le scelte relative alle riforme alla Direzione Nazionale del PD e questo è avvenuto sempre a grandissima maggioranza, anche se gli viene contestato un modo “ruvido” di procedere, molto “innovativo” rispetto alle vecchie liturgie di partito (ma questo per i più non è un elemento negativo, tutt’altro!).

 

Nonostante questo tra i parlamentari la “fronda” non è rientrata.

 

La prima conseguenza è stata la sostituzione di Vannino Chiti e di Corradino Mineo nella commissione affari Costituzionali del Senato. E da li si è instaurato un dibattito sull’assenza di vincolo di mandato previsto costituzionalmente e sul concetto di disciplina di partito.

 

In effetti in materie come la riforma costituzionale o materie eticamente sensibili, il concetto di disciplina di partito è sicuramente da usare con molta cautela, e trattandosi di argomenti che interpellano convinzioni molto personali credo che comunque vada garantito il diritto al dissenso anche all’interno di un partito.

 

Ovviamente in Commissione il Parlamentare è tenuto a rappresentare la posizione del partito, qualora si trovasse in dissenso da essa e volesse perseguire la propria posizione autonoma è ovvio che dovrebbe rimettere il mandato di rappresentanza che in quel ruolo egli ha in nome del gruppo parlamentare chiedendo lui stesso di essere sostituito, questo non è avvenuto e quando il fair play non funziona ecco che si applicano le regole …

 

Adesso il problema si è spostato in aula, e in quel contesto il mandato di rappresentanza non è in nome del gruppo parlamentare, ma come recita l’art. 67 “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”

 

Il diritto di esprimere il proprio dissenso è costituzionalmente garantito!

Ma allora come si concilia questo con il principio di lealtà nei confronti del partito?

 

A mio avviso c’è una sottile ma importante linea di demarcazione che separa la libertà di voto dal vincolo di lealtà politica:

a)    una cosa è esprimere il proprio dissenso all’interno degli organi di partito, dei gruppi parlamentari,

b)    altra situazione è votare in aula contro le proposte che il partito ha deciso al proprio interno,

c)    altra cosa ancora è farsi promotore di proposte alternative e contrapposte a quelle del tuo partito coagulando il consenso degli avversari politici.

 

Vannino Chiti, tanto per fare un esempio concreto, già in primavera, prima delle elezioni ha depositato un emendamento alla riforma del Senato raccogliendo il sostegno di parlamentari di altri gruppi politici, M5S in testa, e da allora la minoranza continua a perseverare in questo atteggiamento.

 

Sarebbe troppo facile osservare che Chiti, quadro dirigente toscano del PCI fin dal 1970, conosce bene la differenza tra le varie situazioni e il suo partito originario da sempre propugnava come sola possibile (e per giunta nel chiuso delle stanze) quella sub a).

Siamo nel PD che nasce come partito “plurale” e, soprattutto per queste problematiche, il principio della libertà di scelta sono convinto che vada garantito, almeno per le prime due ipotesi; forti perplessità desta in me l’ipotesi se sia leale nei confronti del partito “organizzare” il dissenso parlamentare “contro” la proposta votata ad ampia maggioranza nella Direzione Nazionale del partito.

 

Ma soprattutto mi sorge spontanea una domanda: quella che ora è la minoranza nel PD, a parti invertite, quando la maggioranza bersaniana decideva la linea, cosa avrebbe detto di un parlamentare (mettiamo un Fioroni che non ha mai fatto mistero di essere critico nei confronti di alcune scelte della maggioranza) che avesse presentato un emendamento “contro” raccogliendo le firme, per esempio, del PDL?      

 

Mi sovviene un verso della canzone “Gli uccelli” del grande Battiato … “cambiano le prospettive al mondo …”

 

                                                                                              Vito Piruzza

 

 

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