UNA GENERAZIONE DI SCONFITTI?

Decidi tu come informarti su Google.
Aggiungi RagusaOggi alle tue Fonti preferite. Quando cercherai una notizia, ci troverai più facilmente.
AGGIUNGI

Apprendo con sempre maggiore rammarico quanto siamo diventati una generazione di vili assertori di un sistema di abnegazione dei diritti, dal mondo del lavoro a quello universitario il salto non è tanto più lungo della gamba.

Con rammarico apprendo quanto poco siamo disposti a scontrarci con le cariche riconosciute per sottrarle alla prosecuzione di prassi e consuetudini obiettivamente sbagliate.

Il rammarico cresce in conseguenza di una riflessione d’obbligo: «L’anno peggiore della storia dell’economia italiana dal secondo dopoguerra». Sono le parole lapidarie, messe nero su bianco, nel Rapporto sul mercato del lavoro 2012-2013 del Consiglio nazionale economia e lavoro, che si è apprestato, tra l’altro, a dichiarare che nel frattempo, in Italia, sono stati persi 750mila posti di lavoro.

 Se nel mondo del lavoro, dunque, la precarietà si accetta per necessità, perché le alternative strade non esistono e, visti i tempi, si ringrazia di avercelo, quanto meno, un lavoro. Questo non può essere concepibile all’Università, non può essere concepibile la placida accettazione di nepotismi, disinteresse, distacco, freddezza, imperturbabilità di docenti nell’espletamento della loro funzione educativa. Non si può, consapevolmente, accettare e ammettere che professori universitari e personale universitario attuino azioni e comportamenti volti a emarginare e sminuire studenti con disabilità, studenti che non provengano dal nord Italia  o dall’Italia in generale.

Tralasciando il giudizio su tali comportamenti, ancor più riprovevoli se contestualizzati nell’ambito del settore pubblico dell’educazione e della formazione, del rapporto quotidiano tra personalità di riferimento culturale e ragazzi in fase di strutturazione del proprio sapere, ciò che risulta inaudito e difficilmente digeribile, oltre che comprensibile, è scontrarsi sempre più spesso con la legittimazione di tali comportamenti proprio da parte di chi li subisce. Il succo è: “Se faccio valere i miei diritti, non mi laureo”. Incredibile, inconcepibile, ingiustificabile.

Come possiamo pretendere di venir tutelati se siamo i primi a non tutelarci? Come possiamo invocare il “nuovo e giusto” se continuiamo ad alimentare il sistema sbagliato? Se non abbiamo il coraggio di lottare per noi stessi?

L’università stessa perde il suo più puro significato e sfuma, così, la sua valenza di sistema di accrescimento della cultura, si vanifica la sua capacità di farsi insegnante di un modello sociale accettabile e condivisibile, instillando in noi turbe che finiscono per legittimare le consuetudini prima menzionate.

 

 

 

© Riproduzione riservata

Invia le tue segnalazioni a info@ragusaoggi.it