NAPOLI

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Il microcosmo partenopeo è il nostro più affascinante melting pot: culture che si toccano e si intrecciano, sistemi di valori spesso in competizione, una fioritura ineguagliabile di talenti dalla filosofia alle scienze all’arte, la bellezza (la grande bellezza….! ) e le miserie, Gomorra e l’Eden, la centratura perfetta di ogni concetto dell’italianità.

Un alito di vento, che percorre i vicoli del rione Sanità e poi si disperde nell’aria come tutto, è quello che attraversa i quadri inanellati dal racconto di Passione, omaggio sentimentale del regista italo-americano John Turturro alla città. Scorci di vita, oltre che di spazi, e musica e danza che fanno innalzare la temperatura emotiva della visione. Fascinazione e mistero, ,commozione e sensualità, nessuna oleografia per un autore che, non essendo italiano, avrebbe potuto cedere al ricatto degli stereotipi e che invece crea un godibile ibrido a metà fra il documentario e il musical.

E la musica, che a Napoli si respira con i profumi e gli olezzi della gente e delle cose, pervasiva, quasi ossessiva, imprigionante.

La musica di Pergolesi,  e il suo Stabat Mater, è trasfigurata negli arrangiamenti  di un quartetto cosmopolita guidato da Maria Pia De Vito, che mette la sua voce dentro la trama di un progetto musicale complesso e appassionato in cui il piano di Francois Couturier e il violoncello di Anja Lechner disegnano le loro volute melodiche sostenute e materizzate dalle percussioni di Michele Rabbia. Il solito nitore dei suoni della ECM esalta la bellezza del canto.

Se la chiusura si vuole affidare alle pagine di un libro, allora una possibilità è quella di affidare il commiato alla durezza, di scrittura oltre che di temi, del Gomorra di Saviano, viaggio nella psichedelia naturale di un mondo sporco, sotterraneo e però bagnato da un sole crudele, unico riferimento per esistenze laide e commoventi.

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