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Violenze dei giovani: a furia di giustificarli, non li abbiamo capiti
22 Ott 2026 06:19
La rubrica dello psicologo, a cura di Cesare Ammendola
Condivido, ma fino a un certo punto. La comprensione e la prevenzione sono fondamentali, nessuno psicologo serio lo metterebbe in dubbio. Eppure esistono momenti in cui anche la parola più saggia, per essere ascoltata, ha bisogno di un argine: la censura e il contenimento, termini che il nostro tempo pronuncia con imbarazzo, sono a volte la prima forma di cura, come la sponda di un fiume che non umilia l’acqua ma le permette di diventare fiume.
Dopo i recenti scontri e gli atti di vandalismo durante le manifestazioni a Milano, Torino e Bologna, molti esperti hanno parlato con una voce sola. L’Associazione Unitaria Psicologi Italiani, per bocca del segretario generale Ivan Iacob, ricorda che lo Stato ha il dovere di contrastare la violenza, ma che la sola minaccia di sanzioni o il fermo preventivo non insegnano responsabilità né colmano la distanza emotiva con i ragazzi. Si evoca un vuoto di prospettive, una rabbia che non trova parole, la noia come terreno di coltura, un fallimento educativo condiviso tra famiglie, scuole e società, e il rischio di emulazione amplificato da chat e richiami digitali, dove la violenza diventa un modo distorto per esistere ed essere visti.
È un quadro serio, in gran parte vero, e tuttavia non lo vedo esattamente così. Perché c’è una domanda che l’analisi, per quanto raffinata, lascia scivolare via senza rispondere. Se il disagio, il vuoto di prospettive, il sentirsi inascoltati e l’uso dei social caratterizzassero davvero la generazione dei giovani di oggi, come si spiega che gli interpreti di queste condotte gravi siano un’esigua minoranza? La stragrande maggioranza dei loro coetanei condivide la stessa frustrazione, lo stesso vuoto, gli stessi schermi. Eppure o resta a casa, o scende in piazza civilmente, senza spaccare vetrine, senza assalti, senza saccheggi, senza guerriglia.
Questo dettaglio, che sembra aritmetico, è in realtà il cuore psicologico della questione. Una spiegazione che vale per tutti non può spiegare ciò che fanno pochi: se la causa è comune, l’effetto dovrebbe esserlo altrettanto. Forse allora l’analisi è incompleta. Forse accanto ai fattori sociali occorre guardare a ciò che è individuale e non sociologizzabile: la scelta, il carattere, le storie familiari specifiche, il gusto della trasgressione fine a se stessa, la responsabilità personale che nessun clima d’epoca può dissolvere.
C’è poi un’ingiustizia silenziosa in questo modo di ragionare. A furia di esprimere comprensione e attenuanti per i pochi, ci siamo dimenticati dei molti: di quelle ragazze e quei ragazzi che manifestano in pace, che portano cartelli e non spranghe, e che vedono la propria generazione raccontata ogni volta attraverso il volto del peggiore dei suoi figli. La loro frustrazione, identica nella sostanza, ha scelto la via della parola. Meritano, almeno, di non essere inclusi nel processo ai violenti, né nella loro assoluzione sociologica.
Comprendere non significa giustificare, e giustificare non significa capire: è anzi il modo più elegante di rinunciare a farlo. Chi spiega tutto con il disagio collettivo smette di cercare la domanda singolare, quella che ogni gesto violento porta con sé e che meriterebbe una risposta altrettanto singolare, individuale, a volte anche punitiva, perché la responsabilità è il modo in cui una società prende sul serio una persona.
Manifestazioni e violenze giovanili: a furia di comprenderli sempre, forse non abbiamo capito niente. La comprensione e la prevenzione restano fondamentali, il resto della strada però va percorso con più coraggio: quello di dire, quando serve, che in alcuni casi non bastano.
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