Il caro gasolio fa tremare il settore edile del Ragusano: in due anni chiuse 125 imprese

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Centoventicinque imprese in meno in due anni. È questo, forse più di ogni altro dato, il segnale di un’edilizia ragusana che fatica a stare in piedi. Tra il secondo trimestre del 2024 e lo stesso periodo del 2026, tante piccole realtà artigiane del comparto costruzioni hanno chiuso i battenti. E mentre il settore cerca di capire come invertire la rotta, arriva una nuova stangata: quella del gasolio.

Perché nei cantieri il carburante non è una spesa accessoria. È una delle voci che tengono in movimento l’intero sistema. Escavatori, pale meccaniche, camion, mezzi per il trasporto dei materiali: senza gasolio il cantiere semplicemente si ferma.

A marzo il diesel viaggiava attorno a 1,78 euro al litro. Adesso è arrivato a 2,20 euro, con un incremento vicino al 30 per cento in poco più di sei mesi. Una crescita che, per un’impresa abituata a consumi quotidiani importanti, non si traduce in qualche euro in più sul pieno, ma in un conto che può diventare pesantissimo a fine mese.

Il rincaro del petrolio si riflette sui trasporti e su numerosi materiali utilizzati nell’edilizia. Bitume, isolanti, sigillanti, tubature e altri prodotti derivati dal petrolio subiscono a loro volta l’aumento dei costi. E ogni trasporto più caro contribuisce ad alimentare ulteriormente il prezzo finale delle forniture.

È il classico effetto domino: sale il gasolio, salgono i trasporti, aumentano i materiali e si restringono i margini delle imprese.

C’è poi il nodo dei lavori pubblici. Un’impresa presenta un’offerta sulla base di determinati costi e, quando il cantiere entra nel vivo, può ritrovarsi a sostenere spese molto più alte rispetto a quelle preventivate. Il rischio è evidente: se i prezzi aumentano più rapidamente dei meccanismi di adeguamento, una parte crescente dell’incremento finisce direttamente sulle spalle dell’impresa. E quando i margini sono già ridotti, basta poco per trasformare un lavoro redditizio in un lavoro che non lo è più.

È anche per questo che il dato delle 125 cessazioni in provincia di Ragusa assume un peso particolare. Non si può attribuire ogni chiusura esclusivamente al caro carburante, ma il numero racconta comunque la fragilità di un tessuto produttivo composto in larga parte da piccole aziende, spesso con pochi dipendenti e risorse finanziarie limitate.

A preoccuparsi non sono soltanto muratori e imprese di costruzione. Intorno a un cantiere gira un’intera economia: autotrasportatori, rivenditori di materiali, impiantisti, movimento terra, serramentisti, artigiani specializzati. Quando i cantieri rallentano o diventano economicamente insostenibili, l’effetto si propaga rapidamente anche alle attività collegate.

Ecco perché la crisi dell’edilizia rischia di trasformarsi in una questione più ampia per l’economia iblea. Il timore degli operatori è soprattutto uno: che quello che oggi viene percepito come un’impennata dei costi finisca per diventare una nuova normalità.

In questo scenario il settore guarda anche alle risorse destinate alla riqualificazione energetica e sismica degli edifici e agli interventi nei centri storici. Sono misure che potrebbero rimettere in moto cantieri e investimenti, ma che hanno bisogno di tempi certi e di una programmazione capace di dare alle imprese la possibilità di organizzarsi.

A sollevare nuovamente il problema è stata anche CNA Edilizia Ragusa, con il presidente Massimo Donzello e il coordinatore Giorgio Stracquadanio, che chiedono interventi straordinari e un adeguamento dei meccanismi di determinazione dei prezzi negli appalti pubblici, oltre a un monitoraggio più attento dell’andamento delle materie prime.

Ma il tema ormai è più grande delle singole richieste di categoria. Perché dietro quei 125 cancelli che si sono chiusi in due anni ci sono imprese, lavoratori, famiglie e una fetta dell’economia locale che ha smesso di produrre. E adesso, con il gasolio a 2,20 euro al litro, il rischio è che il conto della crisi continui a crescere.

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