“Noi, la maturità senza maturità”: il rimpianto degli studenti del Covid e il messaggio ai ragazzi che oggi affrontano l’esame

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Mentre centinaia di migliaia di studenti italiani affrontano in questi giorni la prova più attesa e temuta del loro percorso scolastico, c’è anche chi guarda a queste ore con un pizzico di invidia. Non per l’ansia, non per le notti insonni passate sui libri, ma per quel rito collettivo che da sempre accompagna la Maturità e che una generazione di ragazzi non ha mai potuto vivere davvero.

Tra loro c’è Stefano Garozzo, studente ragusano che ha concluso il proprio percorso scolastico negli anni segnati dalla pandemia. Una maturità diversa da tutte le altre, vissuta tra lockdown, didattica a distanza e restrizioni che hanno cancellato molte delle immagini simbolo dell’esame di Stato.

«Uno dei rimpianti maggiori è quello di non aver potuto svolgere le prove scritte», racconta. Un’affermazione che può apparire paradossale a chi oggi si trova alle prese con temi, versioni e problemi di matematica. Eppure il senso va ben oltre la prova in sé.

«Quando pensiamo alla maturità – spiega – la nostra mente corre subito a quell’immaginario collettivo: i banchi disposti nei corridoi come nei film, l’ansia che si taglia con il coltello prima della consegna, gli sguardi complici tra compagni, persino il tentativo disperato di passarsi un pizzino. Tutto ciò che rende quell’esame un momento unico».

La generazione del Covid ha dovuto rinunciare proprio a questo. Niente prove scritte, niente aule gremite, niente attese nei corridoi. Solo un colloquio orale al termine di mesi vissuti davanti a uno schermo.

«Molti hanno pensato che fosse una maturità più facile. In realtà non è stato affatto così. Abbiamo perso il peso delle prove scritte, ma abbiamo affrontato un carico emotivo e psicologico che le generazioni precedenti non hanno conosciuto».

Stefano ricorda mesi trascorsi tra connessioni che saltavano, lezioni online e l’incertezza di un futuro improvvisamente sospeso. «Studiare davanti a un computer, senza sapere cosa sarebbe accaduto il giorno dopo, ha richiesto una resilienza diversa. Non è stata una maturità più semplice. È stata una maturità diversa».

Il suo cognome iniziando con la lettera G, fu il primo della classe ad affrontare il colloquio. Un momento che avrebbe potuto essere ancora più difficile, se non fosse stato per una particolarità di quell’anno.

«La commissione era composta quasi interamente dai nostri professori, con il solo presidente esterno. È stata una delle poche note positive di quel periodo. Avevamo davanti persone che conoscevamo e che conoscevano noi. Questo ha sciolto gran parte della tensione».

Ma il ricordo più forte non riguarda l’esame in sé. Riguarda il rapporto umano costruito durante quei mesi difficili.

«Durante il lockdown il rapporto con i professori si era rafforzato. Avevamo condiviso le stesse fragilità, gli stessi problemi tecnologici, la stessa sensazione di isolamento. Quell’esame non certificava soltanto ciò che sapevamo. Certificava quello che eravamo diventati».

Il colloquio durò circa quarantacinque minuti. «Sembrano tanti, ma sono volati. Più che un esame è stato un ultimo confronto prima di voltare pagina».

Oggi, guardando i maturandi del 2026 alle prese con le prove scritte e con l’ansia dell’esame, Stefano sente di voler lasciare un messaggio.

«Non fatevi ossessionare dal voto. Vivete il rito. Se avete la possibilità di sedervi in un’aula, guardare i vostri compagni negli occhi, condividere l’ansia del prima e il sollievo del dopo, fatelo fino in fondo. Non date per scontata la presenza fisica».

Perché, spiega, la maturità è molto più di una prova scolastica.

«L’esame non serve a misurare quanto sapete. Quello lo avete già dimostrato in cinque anni di scuola. Serve piuttosto a capire chi siete diventati. Godetevi questo finale, perché rappresenta la chiusura di un capitolo che, nel bene e nel male, non tornerà più».

E forse è proprio questo il paradosso della generazione del Covid: aver scoperto il valore dei riti collettivi soltanto quando non è stato più possibile viverli. Oggi che le scuole sono tornate a riempirsi di studenti, temi, versioni e attese nei corridoi, il loro consiglio ai maturandi è semplice: non concentratevi soltanto sull’esame. Ricordatevi di vivere il momento.

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